da Valfabbrica a Gubbio
Dopo essere tornati indietro verso la "via San Benedetto", proseguiamo fino a superare il ponte. Raggiungiamo così la destra idrografica del Chiascio e, ancora sulla strada asfaltata, ci allontaniamo considerevolmente dalla sua sponda. Un'ulteriore deviazione a destra ci immette in un bel tratto di strada sterrata, lievemente rialzata rispetto ai campi, che compie un ampio giro in direzione della località detta la Barcaccia.
Quasi in prossimità del luogo in cui, su grosse barche, è stato da sempre preferibile oltrepassare il Chiascio, merita attenzione e una sosta la piccola chiesetta di campagna dedicata a San Benedetto e al Beato Paolino da Coccorano. Il semplicissimo tempio ha avuto cure solerti nel 1938 - quando fu restaurato - e nel 1993, in seguito al terremoto; esso è una conferma innegabile del ruolo avuto qui dai benedettini nel corso dei secoli e, insieme, della potenza della contea di Coccorano, i cui confini certo erano noti al giovane Francesco.
Da questo punto in poi siamo costretti ad abbandonare, a causa della diga sul Chiascio, il tracciato naturale di fondovalle seguito dal Santo, ma il Sentiero è comunque compatibile con le personali vicende biografiche di Francesco e storicamente verosimile se sale verso Coccorano e, transitando dal Castello di Biscina, raggiunge, dopo un'ascesa di media collina, il primo dei monumenti essenziali nella storia del movimento francescano: la Chiesa di Caprignone.
Questo il percorso. All'altezza della Barcaccia, immediatamente prima di immetterci sulla grande strada asfaltata costruita a ridosso della diga e essa stessa denominata "Francescana", giriamo a sinistra. Uno stretto passaggio sul limite dei campi costituisce il raccordo per raggiungere il bosco che cinge la collina centrale della vecchia contea di Coccorano. Lassù, usciti dal bosco, la vista dei ruderi del Castello e dell'abside della Pieve di Coccorano è uno spettacolo di pacata grazia campestre, amplificato - per contrasto - dalle feroci lotte per il possesso di queste terre che qui dovettero svolgersi.
La Chiesa si lascia oltrepassare con la dolcezza di una passeggiata fra prati fioriti o timidamente innovati. Con due successive deviazioni sulla destra, si sale di nuovo sulla più alta delle colline di questo luogo. Il nome stesso pare dire tutta la potenza del punto eminente: Col Gagliardo, luogo di potenza e di controllo, simile ad altri che da quassù è possibile raggiungere con lo sguardo. A destra, infatti, si scorge il Castello di Giomici, davanti a noi si profila la sagoma del Castello di Biscina.
All'altezza di Col Gagliardo, da dove si può ben osservare la strada percorsa per salire fin quassù e meditare sulla sorte ipertrofica toccata al Chiascio, ci inoltriamo, a sinistra, nel bosco che riesce in località Sambuco.
È a Sambuco che, per un tratto di circa due chilometri, si compie, in falsopiano, lo stesso percorso della carrozzabile "Francescana", lungo un tratto di strada il cui ambiente porta ancora i segni dello sconvolgimento messo in atto per realizzare l'invaso di Valfabbrica.
Saliamo finalmente, a sinistra, per la strada di Fratticciola, che non molto oltre lasciamo, deviando sulla destra, così da riprendere un tracciato in tutto aderente alle caratteristiche specifiche del nostro Sentiero. Per arrivare a Biscina, scendiamo costeggiando i campi fino all'imboccatura di una folta boscaglia. Giunti in fondo al vallone, risaliamo e ci immettiamo nella strada battuta che viene utilizzata per le attività agricole svolte nella proprietà di Biscina.
Subito dopo Biscina, il tracciato del Sentiero volge a destra. Esso è dapprima un tratto sterrato, all'aperto; entra nel bosco e raggiunto il fosso di fondovalle, risale ancora fra la vegetazione e arriva alla sua meta: la Chiesa di Caprignone.
Intorno alla Chiesa si compie, in piano, un belI'anello di circa 500 metri. Il tempio ispira reverenza e impone assoluta austerità. È sempre in precarie condizioni, ma qualcosa di più solido di esso quassù non si potrebbe immaginare. La sua precarietà inizia forse dal primo giorno della costruzione, ma niente ha potuto abbatterlo in quanto è uno dei primi segni che Francesco ha voluto lasciare del suo desiderio di trasformare una peregrinazione folle in una comunità certa e riconoscibile.
Per ridiscendere da Caprignone, il Sentiero gira a destra, costeggia i campi per circa un chilometro, s'immette nella macchia, raggiunge il fosso sottostante, l'attraversa, si snoda ancora per un altro mezzo chilometro di strada sterrata fino a congiungersi alla strada bianca che scende da San Pietro in Vigneto al corso del Chiascio, a monte del percorso fluviale, prima dello sbarramento della diga.
Da questo punto, se andiamo a destra arriviamo alla sponda del fiume, se andiamo in direzione opposta risaliamo - nella logica del Sentiero - verso San Pietro. Le due cose non sono contrastanti: si consiglia comunque di scendere, di riprendere il contatto col fiume che, dalla Barcaccia in poi, abbiamo dovuto abbandonare. L'impulso francescano verso l'acqua detta questa peripezia, reclama questo contatto con l'acqua corrente, invoca questa rara occasione di convogliare nel corso del fiume non stravolto dall'uomo un'infinità di pensieri vorticanti.
Fatto questo, con tranquillità si risale la balza che conduce a San Pietro, luogo d'accoglienza e di meditazione, che un frate eremita custodisce con esperta accortezza.
La strada che ci attende dopo San Pietro è dapprima un ombreggiato tratto di falsopiano fino alla chiesetta della Madonna delle Ripe, poi assume quella discreta pendenza che ci rimette in quota e dà corrispondenza di livello con l'Abbazia di Vallingegno, comparsa sulla collina alla nostra sinistra non molto dopo aver lasciato San Pietro.
Per raggiungere Vallingegno, altra memoria francescana di tutto rilievo, occorre deviare a sinistra, sulla strada che viene da San Pietro, in corrispondenza del nuovo tratto di falsopiano che sta per spalancare ai nostri occhi la vista della città di Gubbio. La deviazione per Vallingegno, che ripete la tipologia degli attraversamenti per Biscina, Caprignone e San Pietro, è sicuramente consigliabile e auspicabile, nell'interesse del completamento autentico del Sentiero all'interno della sua cornice, insieme ambientale e spirituale, di riferimento storico. Risaliti da Vallingegno sulla strada che sale da San Pietro, non saremo molto distanti dalla deviazione che, sulla destra, comincia a scendere, fra campi sempre più estesi, verso i primi insediamenti della città di Gubbio.
Giungiamo in località Pontedassi. Attraversata la statale grazie a un comodo sottopassaggio, costeggiamo la strada protetti da una rustica staccionata. Sono questi i luoghi nei quali, ancora distanti dalle porte della città e però sempre accanto alla via principale, molti pellegrini, già negli anni di san Francesco, si concentravano per avere ospitalità e cure fuori delle mura. E sempre qui, ben presto, sarebbero sorti due veri e propri ospedali: Santa Maria di Fonte Salice o Montebaroncello e Santa Maria Maddalena di Fassia, luoghi di dolore e di pietà, confini tra un'assistenza in qualche modo garantita e una protezione meno scontata verso chi in tutto è "minore".
I ruderi di Montebaroncello sono stati incorporati in una casa colonica, né miglior sorte ha avuto l'ospedale di Fassia. Di esso, però, si è conservata ed è visitabile la piccola Chiesa omonima.
Ormai alle porte della città, il Sentiero, che qui riprende la vecchia strada da Assisi a Gubbio, tocca un'altra minuscola Chiesa di campagna. La grazia campestre di questa costruzione, come quella di Fassia, ispirano una serenità dei luoghi contrastante con l'atmosfera che qui si respirava in pieno Medioevo: la ex Chiesa che abbiamo di fronte, infatti, apparteneva al complesso dell'Ospedale di San Lazzaro, lebbrosario di Gubbio fondato nella seconda metà del Xll secolo.
Poco più avanti incontriamo la Chiesa che Francesco dovette avere più cara in Gubbio, quella che gli permise di esercitare in città l'intenso magistero degli esordi del suo Ordine.
Le origini della chiesa di Santa Maria della Vittoria, detta la "Vittorina", si perdono nella leggenda: essa sarebbe stata fatta costruire in questo luogo, nell'VIII secolo dopo Cristo, a ricordo di un'importante vittoria riportata dagli eugubini su orde di saraceni arrivati fino al cuore dell'Umbria.
Documenti certi nominano la Chiesa a partire dalla prima metà del Xll secolo; di sicuro, poi, essa identifica il primo insediamento dei francescani a Gubbio, che se la videro assegnare, nel 1213, dal vescovo Villano, grazie anche alla disponibilità dei benedettini che ne erano proprietari.
La continuità del rapporto tra san Francesco, i Frati Minori e i Benedettini, di cui spesso si può trovare traccia lungo il percorso del Sentiero, tocca qui, alla "Vittorina", il momento culminante, la fase eminente, l'occasione più alta.
L'interno della "Vittorina" - in cui è conservata anche una piccola abside della primitiva Chiesa romanica - è ad una navata. Tele e affreschi cinque-seicenteschi variamente attribuibili ornano sia la volta che le pareti.
Passare dalla "Vittorina" alla chiesa di San Francesco equivarrà a percorrere l'ultimo tratto del Sentiero, ormai dentro le mura di Gubbio, e significherà anche rendersi conto, nel passaggio dalla modesta chiesetta al tempio monumentale, del rapido progresso che ha accompagnato le vicende dei Frati Minori in città.
"Colui che un tempo gli era amico", scrive il biografo, accolse Francesco nel suo fondaco e lo rivesti. Questo incontro avvenne dove ora è il tempio. Il fondaco rimase tale ancora per qualche anno, poi, dopo che i Minori ebbero vissuto la loro esperienza ancora un po' itinerante alla "Vittorina", sulle sue fondamenta, tra il 1230 e il 1240, si cominciò a erigere la splendida costruzione romanico-gotica in pietra riquadrata bianca.
La Chiesa ha due ingressi: il primo, formato da un sobrio portale, è collocato sulla facciata principale, orientata a nord-ovest; il secondo, posto sul lato sinistro, è costituito da un portale gemino romanico.
La facciata principale, incompiuta, è divisa da una modanatura orizzontale e presenta ai lati due pilastri.
L'interno, a tre navate, è di tipo basilicale; il suo impianto originario è ancora visibile al di là delle trasformazioni settecentesche.
Due splendidi chiostri, con pareti un tempo coperte da affreschi, danno all'intero complesso architettonico quella monumentalità ariosa, autenticamente francescana, che traduce il vissuto minoritico dall'esperienza della povertà alla sua conferma nella Regola.
In questa fase "senza regola" della vita di Francesco, il punto di passaggio tra l'esperienza della povertà e la tesaurizzazione di quell'esperienza a vantaggio del rinnovamento della Chiesa sta tutto nell'impegno che il Santo, da Gubbio in poi, ha riservato alla cura dei lebbrosi. Questo impegno edifica già un nuovo modo di essere chiesa ed è, in sequenza, assunto immediatamente dopo la conclusione del viaggio per Gubbio: "Poi, come amante dell'umiltà perfetta, il Santo si reca dai lebbrosi e vive con essi, per servirli in ogni necessità per amor di Dio. Lava loro i corpi in decomposizione e ne cura le piaghe purulente" (Tommaso da Celano, Vita prima).
Cos', l'esito finale di questo viaggio di Francesco coincide tanto con l'accoglienza ricevuta dall'amico quanto, forse ancora più, con l'accoglienza da lui data, nella loro casa, ai fratelli lebbrosi.
È qui - nota giustamente Padre Luigi Marioli - che "la 'minoritas' di san Francesco tocca l'apice più alto della conversione ('tacere poenitentiam') e del servizio ('tacere misericordiam')".
La conclusione del Sentiero, inscritta nel senso di libertà che danno i chiostri della chiesa di San Francesco, sta tutta nel perimetro che collega gli ultimi monumenti che abbiamo toccato. Dapprima l'antico lebbrosario, poi la Chiesa benedettina che Francesco deve avere amato come un nuovo "tugurio", infine il tempio che ambisce a mantenere nella Chiesa lo spirito comunitario delle origini del movimento francescano.
Entro questi punti di riferimento, tutto lo stesso Sentiero, almeno simbolicamente, potrebbe essere ripercorso: qui c'è il senso della marcia, la traccia del ricovero provvisorio, qui c'è l'indicazione, che Francesco non può non aver seguito, di adoperarsi, subito, per i fratelli molto ammalati, qui c'è l'accettazione del dover essere anche chiesa e tempio, qui c'è il ricordo, sebbene lontanissimo, di un'amicizia mai interrotta. Su quell'amicizia "ritrovata" sarebbero sorti valori nuovi, antitetici a quelli, borghesi e commerciali, di partenza. Uno dei due amici avrebbe addirittura ceduto un fondaco avviatissimo, consentendo che sulle sue fondamenta si costruisse una Chiesa. L'altro avrebbe continuato a lungo a peregrinare, ad andare e tornare dalla sua città, a incontrare i poveri e a visitare chiese monumentali, a parlare con i potenti della terra e ad ascoltare il filo di voce di chi, per gli stenti, non aveva più fiato. Lui, proprio per questo chiamato "Santo", non avrebbe mai dimenticato l'accoglienza avuta, in uno dei più freddi inverni della sua giovinezza, qui a Gubbio e sarebbe tornato in questa città ritrovando ogni volta immutate condizioni di fedele attesa dei suoi passi.
Perciò, come ad Assisi, fuori della Porta San Giacomo, avevamo trovato le tracce di tutta l'esistenza di Francesco, così qui, a Gubbio, lo stesso uomo ha lasciato la traccia più completa di sì, la febbre del viaggio e il tepore della preghiera.
per la cartina del "sentiero" tratto Gubbio-Valfabbrica-Assisi: www.caigubbio.it
per maggiori informazioni:
per informazioni turistiche:
Servizio Turistico Associato – IAT Gubbio
Via della Repubblica 15 - 06024 Gubbio
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www.gubbio-altochiascio.regioneumbria.eu
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