|
Si tratta di una monografia che trova una collocazione nella qualificata sede del Bollettino, in cui i ricercatori hanno indagato inediti aspetti legati non solo alla devozione dei Conti e Duchi di Urbino per S. Ubaldo, ma anche alle pratiche più antiche e modalità con cui si chiedevano grazie al Patrono. Non ultima la pratica, (continuata fino a tempi moderni) di salire scalzi alla basilica del Santo, per chiedere grazie ed aiuto. In tal senso Nardelli e Biscarini hanno indagato e portato alla luce alcuni documenti cinquecenteschi inediti del Fondo Ducato d’Urbino dell’archivio di Firenze, con uno studio che si colloca tra l’indagine sul culto e, in modo del tutto innovativo, l’analisi degli aspetti taumaturgici e terapeutico-medici. La devozione di andare alla sua tomba per implorare grazie avvenne subito dopo la morte di Ubaldo e continuò nel tempo, ancora prima che il 5 marzo 1192 Celestino III lo annoverasse tra i Santi della Chiesa. Ma, naturalmente, quella di salire al monte per la visita alla tomba o per devozione, iniziò dopo la traslazione del corpo del Santo dalla Cattedrale in Gubbio, sul Monte Ingino, che avvenne l’11 settembre 1194. Chi, però, a partire dal 1511, potenziò e rilanciò in modo consistente la figura di S. Ubaldo furono papa Giulio II (Della Rovere) e soprattutto le duchesse Elisabetta ed Eleonora Gonzaga, la prima vedova di Guidubaldo Montefeltro e la seconda moglie di Francesco Maria I Della Rovere. E proprio un documento relativo ad Eleonora Gonzaga testimonia che nel 1528 era usuale salire al monte scalzi per andare a chiedere una grazia al Santo. Che questa devozione, in quel tempo, fosse generalmente praticata lo testimonia, tra l’altro, un documento materiale: una coppa in maiolica a lustro, uscita dalla bottega in Gubbio di Mastro Giorgio Andreoli in cui per la prima volta viene messo in luce come la visitatrice della tomba sia a piedi nudi. Gli autori analizzano gli interventi taumaturgici di S. Ubaldo, a partire dai primi che “vanno posti – come scrive il Cenci - fra il 1155 ed il 1160”, e gli altri numerosi miracoli che sono riconducibili in un periodo successivo alla morte, quando la attribuzione di poteri taumaturgici continua notevolmente. Nel corso del 1600, in particolare il canonico lateranense e rettore del monastero, Carlo Olivieri, che non a caso è esorcista ed autore di uno specifico testo di scongiuri e benedizioni specifiche, sembra voler sottolineare ed implementare gli interventi diretti agli ossessi, spiritati ed in genere contro le possessioni diaboliche, portando a valorizzare il santuario come sede terapeutica e meta finale di un percorso che riporta la salute. È possibile ricondurre gli interventi miracolosi in 24 raggruppamenti, che comprendono 186 casi in cui si è manifestata la guarigione, con oltre quaranta diverse patologie, che vanno dagli “spiritati” agli incidenti legati al quotidiano, fino alle forme psichiatriche più estreme della “pazzia e frenesia”, ma con una buona incidenza degli interventi in occasione di gravidanze, parto ed anche di sterilità, in linea con la tradizione del più famoso intervento sulla gravidanza della duchessa. Certamente vi è una moltitudine di fedeli che provengono dalle località più vicine umbro-marchigiane, dal territorio di Perugia, ma persino da Montefiasscone, Civitella d’Abruzzo, Modena, Parma, Siena, Ravenna, Roma e Sutri di Roma, “Regno di Napoli”. Anche il capitolo sulle reliquie presenta elementi nuovi e sottolineature non del tutto indagate con approfondimenti anche “tecnici”. La gamma delle reliquie o della formulazione di un voto è estremamente ampia, sono ben quindici i tipi, “mirati” spesso ad una certa malattia nei confronti della quale si deve operare il miracolo. Esse vanno dal “votare” la persona a S. Ubaldo alla promessa di “visitare il Corpo del Santo”, ad utilizzare la reliquie del Velo e del “ Bombage”, bere l’ Acqua della fonte di Vallingegno fatta sgorgare dal Santo per la madre affaticata e stanca, compiere unzioni con l’ olio odorifero o aromatico benedetto “inventato” dallo stesso Olivieri, ma anche cingersi con la catena del traino del carro tirato da due tori non domati che ha portato il corpo del Santo al Monte e che si trovava nel chiostro, o adagiarsi o anche dormire nel letto del Santo che si trovava sotto l’urna. E infine, salire scalzi alla Basilica. Lo studio è accompagnato da una esauriente bibliografia ed una appendice documentaria. La pubblicazione del Bollettino della Deputazione di storia patria per l’ Umbria è presente nella Biblioteca Sperelliana, dove è disponibile per lettura e copie.
|