| PALEOMAGNETISMO
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La “scaglia” del Bottaccione,
grazie alla sua completezza ed alla presenza costante
dei foraminiferi, è ben databile biostratigraficamente
e quindi confrontabile con altre sezioni stratigrafiche
a terra e con sezioni stratigrafiche che derivano dal
prelevamento di campioni in mare, da spedizioni oceanografiche
opportunamente attrezzate. Per la sua mancanza di lacune
stratigrafiche e per la presenza nelle sue rocce di
minerali magnetici, essa è stata studiata dal
punto di vista della stratigrafia magnetica e proposta
come sezione magnetostratigrafica tipo.
Tale “sezione” venne istituita in occasione
della “Conferenza sulla stratigrafia paleomagnetica
dei Sedimenti Cartonatici Pelagici” svoltasi a
Perugia – Gubbio nel settembre 1976 organizzata
dal geologo umbro prof. Giampaolo Pialli, ordinario
dell’Istituto di geologia dell’Università
di Perugia.
Gli atti interessantissimi di quel convegno sono raccolti
nel volume XV – 1976 della rivista «Memorie
della Società Geologica Italiana», edito
nel 1977 dalla suddetta Società sotto gli auspici
del C.N.R.
Nei sedimenti della scaglia rossa sono presenti delle
piccole particelle di magnetite, un minerale di ossido
di ferro, chiamate “aghetti” che, quando
si depositano sul fondo del mare, lo fanno adattandosi
al campo magnetico terrestre.
Pertanto, la posizione di un “aghetto” di
magnetite presente nelle rocce formatesi 80 milioni
di anni fa ci permette di conoscere la direzione e l’intensità
del campo magnetico presente sulla terra in quel tempo,
come una vera e propria “bussola fossile”.
Questo fenomeno è stato appunto chiamato “paleomagnetismo”.
Analizzando campioni di rocce del Bottaccione, si è
ricavata una stratigrafia paleomagnetica mediante la
quale si è visto che, nell’intervallo di
tempo che va da 120 a 18 milioni di anni fa, si sono
verificate sulla Terra numerose inversioni del campo
magnetico (il che significa che il polo Nord e il polo
Sud si sono scambiati i ruoli) distinguendosi:
a) periodi con il polo magnetico corrispondente all’attuale
(anomalie positive);
b) periodi con il polo magnetico opposto all’attuale
(anomali negative).
Inversioni negative sono state riscontrate anche nei
fondali marini le cui rocce hanno la stessa età
di quelle del Bottaccione anche se di composizione chimico-fisica
diversa. Proprio il confronto tra i dati provenienti
dalle zone degli oceani Pacifico, Atalantico e Indiano
e quelli del Bottaccione ha confermato la veridicità
della sezione paleomagnetica di Gubbio, tanto che ora
essa viene usata in tutto il mondo come “sezione
di taratura”.
I vari periodi di inversione paleomagnetica sono stati
segnalati nella zona del Bottaccione con delle targhette
di alluminio che indicano l’inizio e la fine di
una zona magnetica. Cosa degna di nota, in proposito,
è che, confrontando i dati di Gubbio con quelli
di altri continenti, si è visto che l’Italia,
facente parte del continente africano, negli ultimi
80 milioni di anni ha subito una rotazione antioraria
di 50-70 gradi rispetto all’Europa continentale,
raggiungendo così la posizione attuale. Proprio
da tale movimento si è originata la catena appenninica.
Parlando della “deriva dei continenti” abbiamo
avuto occasione di descrivere uno dei rettili, il listrosauro.
Più avanti vedremo come un sottile strato di
argilla del Bottaccione, ricco di un metallo rarissimo
sulla terra, che risale a 65 milioni di anni fa, coincidente
con il famoso limite K-T, ci darà importanti
indizi per motivare la scomparsa dei grandi rettili
che non potranno non essere i personaggi dominanti di
questo saggio (anche se, ed è bene precisarlo
subito, a scanso di equivoci e di distorte informazioni,
di dinosauri la Gola del Bottaccione non ne ha mai visti).
Sarà opportuno, quindi, spendere preliminarmente
qualche parola, nei limiti dell’economia del saggio
stesso, su queste forme di vita animale che, forse più
di ogni altra, hanno stuzzicato la fantasia dell’uomo
(e soprattutto dei ragazzi) in ogni tempo e dire quando
e dove le loro tracce e i loro resti vennero scoperti.
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