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I DINOSAURI SCOMPAIONO

Improvvisamente i dinosauri scompaiono. Nessun livello sedimentario del periodo seguente al loro ne porta traccia.
Sulla Terra restano solo le loro impronte o i loro scheletri che oggi possiamo ammirare in molti musei. Che cosa è accaduto? Come è possibile che mostri, dotati di forza superiore, se non altro per l’enorme mole, con un apparato anatomico possente e dominatori incontrastati di tutte le altre specie, siano scomparsi dall’oggi al domani?
Le ipotesi, fino verso la fine degli anni settanta, furono molte: epidemie, alterazioni climatiche, lotta con i primi mammiferi che ne avrebbero predato le uova, ovvero le stesse forze che governano l’evoluzione della vita e le trasformazioni della Terra avrebbero portato a tale grande estinzione di massa.
Certo è che nella storia della Terra ci sono stati almeno quattro momenti di grandi estinzioni, oltre a quello in cui scomparvero i dinosauri, e tali estinzioni hanno la caratteristica di essere cicliche.
Nell’anno 1978, colpo di scena! In un sottile strato di roccia della Gola del Bottaccione, alcuni scienziati americani, il gruppo di Berkeley, costituito da Luis e Walter Alvarez, padre e figlio, Helen Michel e Frank Asaro, scoprono una presenza esagerata di iridio. La scienza sembra fare improvvisamente un balzo in avanti. La scomparsa dei dinosauri, infatti, coincide con una fase in cui le rocce presentano una concentrazione fortemente elevata di metalli di solito rari in natura, come l’osmio, il rodio e, soprattutto, l’iridio.
Strati ricchi di tale elementi, anch’essi rappresentanti il limite K-T, si sono rinvenuti in ben 120 luoghi diversi, dall’Europa all’America settentrionale, alla Nuova Zelanda ed anche negli abissi dell’oceano Pacifico, e tutti risalgono, esattamente, a 65 milioni di anni fa.
« Solo a Gubbio, però» dice il prof. Walter Alvarez «abbiamo tutte le prove; solo Gubbio, infatti, permette la misurazione dell’iridio nelle rocce con una tecnica elaborata da Luis Alvarez».
C’è, dunque, un legame tra la presenza esagerata di iridio e la scomparsa dei dinosauri? Gli Alvarez ne sono convinti e hanno elaborato fin da allora una ipotesi secondo la quale, esattamente 65 milioni di anni fa, la Terra venne colpita da un enorme asteroide.
La storia di questa teoria così affascinante ha inizio allorché, a Gubbio, Isabella Premoli Silva dell’Università di Milano, scopre un sottile strato di argilla, spesso circa un centimetro, che separa i sedimenti del Creataceo da quelli del Terziario, definendo paleontologicamente, insieme ad Hans Peter Luterbacher, il limite K-T con la zona a Globigerina Eugubina.

Negli anni settanta Walter Alvarez aveva fatto parte di un gruppo di ricercatori che aveva trovato questi depositi di argilla simili a quello di Gubbio in calcari di sei metri di spessore sedimentati durante un periodo di polarità geomagnetica invertita (nota con la sigla 29 R), durato 500.000 anni. A prima vista si poteva valutare che lo strato di argilla (e la estinzione in massa da esso contrassegnata) corrispondesse ad un arco di tempo di un migliaio di anni. Jan Smit, dell’Università di Amsterdam, dopo aver condotto studi analoghi sui sedimenti di Caravaca, in Spagna, valutò l’arco di tempo della estinzione in non più di 50 anni che nella scala dei tempi geologici rappresenta una rapidità spaventosa. Ci piace esporre l’iter di questa ricerca attraverso il racconto che ne fanno Walter Alvarez e Frank Asaro: «Il nostro lavoro sul limite K-T cominciò verso la fine degli anni ’70 quando noi e nostri colleghi di Berkeley, Luis ed Helen Michel, cercammo di sviluppare un metodo più accurato per determinare in quanto tempo si fosse depositato lo strato di argilla del limite K-T di Gubbio. I nostri sforzi fallirono ma condussero ad una prima prova decisiva sull’identità del ‘colpevole’ (questo è ciò di cui gli scienziati, come gli investigatori, hanno bisogno: un duro lavoro e un colpo di fortuna che, nel nostro caso, era la scoperta dello straterello di argilla). Il metodo si basava sulla rarità dell’iridio nella crosta terrestre (circa 0,03 parti per miliardo) in confronto con le concentrazioni di 500 parti per miliardo delle antiche meteoriti litioidi. L’iridio terrestre è raro nella crosta, perché, per la maggior parte, è legato al ferro del nucleo. Abbiamo pensato che l’iridio fosse finito nei sedimenti di mare profondo, come quelli di Gubbio, principalmente attraverso le continue piogge di micrometeoriti, la cosiddetta ‘polvere cosmica’. Questa caduta costante potrebbe dare una misura del tempo: più è abbondante l’iridio contenuto in uno strato sedimentario, più a lungo deve essere durata la sua deposizione.
Inoltre, l’iridio potrebbe venire misurato anche a concentrazioni molto basse con l’analisi per attivazione neutronica, una tecnica basata sul bombardamento di neutroni che rende il metallo radioattivo e quindi rilevabile. L’ipotesi che abbiamo preso in considerazione era che lo strato di argilla la limite K-T si fosse formato in circa 10.000 anni, in assenza, ormai, di organismi a guscio calcareo e, quindi, senza che avvenisse deposizione di carbonato di calcio (che costituisce le rocce calcaree). A Gubbio la maggior parte degli strati contiene circa il 95 per cento di carbonato di calcio e il 5 per cento di argilla, mentre lo strato limite contiene il 50 per cento di argilla. Se questa ipotesi fosse corretta, il rapporto iridio-argilla, nello straterello limite e negli strati rispettivamente superiore e inferiore, dovrebbe essere simile.

Se, invece, il contenuto di argilla fosse diminuito contemporaneamente al carbonato di calcio, nello strato limite si avrebbe un rapporto iridio-argilla più alto rispetto a quello delle rocce adiacenti. Nel giugno del 1978» continuano Alvarez e Asaro «furono pronte le nostre prime analisi sull’iridio rinvenuto a Gubbio. Potete immaginare il nostro stupore e il nostro disorientamento quando vedemmo che l’argilla dello strato limite e il calcare immediatamente adiacente contenevano molto più iridio che non in qualsiasi nostra ipotesi precedente, una quantità paragonabile a quella che in tutto il resto della roccia si era depositata durante i 500.000 anni dell’intervallo 29 R. Chiaramente questa concentrazione non poteva essere attribuita alla solita pioggia di polvere cosmica. Per una anno discutemmo le possibili fonti esaminando e scartando un’idea dopo l’altra. Poi, nel 1979, proponemmo la sola soluzione sopravvissuta alle nostre verifiche: una grossa cometa o un asteroide di circa 10 km di diametro doveva aver colpito la Terra, immettendo nell’atmosfera un’enorme quantità di iridio».

   

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