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UNA “POMPEI DELLA PREISTORIA”?

Piero Angela, nel suo libro Nel cosmo alla ricerca della vita edito nel 1980, riporta una intervista da lui fatta al prof. Luis Alvarez, premio Nobel per la Fisica, padre di Walter.
« La cosa interessante che i miei colleghi ed io abbiamo trovato qui in laboratorio» dice Alvarez «è l’improvviso aumento dell’iridio nelle rocce che risalgono al periodo della scomparsa degli animali. La percentuale dell’iridio (che è un metallo nobile, difficile da mettere in soluzione) aumenta improvvisamente di 25 volte, proprio nel punto corrispondente al momento dell’estinzione di gran parte della vita».
Mostrando un piccolo campione incapsulato (perché non si deteriorasse) di roccia proveniente dal Bottaccione, il prof. Alvarez, rivolto a Piero Angela, continua: «Come lei vede, c’è uno strato di un centimetro di spessore, che è di colore bianco e che rappresenta un periodo di circa 5000 anni: la cosa interessante è che, in questo centimetro, non ci sono più quei minuscoli animali che si trovano negli strati superiori e inferiori per centinaia di metri». Alvarez si riferisce alle globotruncane, sostituite, poi, dalle globigerine (Globigerina eugubina), cioè di quelle forme di vita che sono riuscite a sopravvivere e nuovamente a diffondersi, di cui si è già detto. Gli Alvarez hanno rilevato che l’iridio, insieme agli altri metalli rari sulla Terra, è presente, con le stesse proporzioni osservate negli strati delle rocce del Bottaccione e delle altre cinquanta località, anche nei meteoriti e questo spiega la loro ipotesi, cioè quella di un enorme meteorite piombato sul nostro pianeta proprio 65 milioni di anni fa, alla fine del Cretaceo.
Piero Angela, sempre nell’intervista di cui si è detto, chiede ancora al prof. Alvarez: «Cosa può significare, a suo avviso, la presenza di questo iridio»?
« Noi riteniamo» risponde Luis «per una serie di ragioni, che l’iridio non sia venuto dalla Terra, ma sia venuto dal di fuori».
Piero Angela chiede ancora: «Potrebbe essere allora collegato con l’esplosione di una supernova?»
Risponde Luis: «L’ipotesi della supernova è quella che è stata fatta negli ultimi 15 anni. Ma, in tal caso, studiando questo materiale, avremmo dovuto trovare del materiale radioattivo. Invece, negli esperimenti che abbiamo fatto, non ne abbiamo trovato traccia: questo ci fa quindi ritenere che, con ogni probabilità, l’estinzione degli animali non fu dovuta ad una supernova, ma a qualcos’altro che, per il momento, non conosciamo ed è quello che stiamo studiando. Per ora siamo nel campo delle ipotesi.»
Angela pone un’altra domanda: «So che voi escludete anche, per una serie di ragioni, che tutto ciò sia dovuto ad una eruzione vulcanica. Allora quali altre ipotesi si potrebbero fare?»
Luis risponde: «si potrebbe pensare, per esempio, ad un’esplosione solare; dalla superficie del sole potrebbe essere volato via del materiale che è poi arrivato fin sulla Terra trasportando vari elementi, tra cui l’iridio, oltre a idrogeno, ferro, elio e parecchie altre cose».
E allora Piero Angela conclude ponendo questo interrogativo: «Sarebbe stata una specie di Pompei della preistoria?»
« Esattamente» risponde Alvarez «una specie di Pompei della preistoria. Badi bene che è solo un’ipotesi perché, per ora, non abbiamo ancora elementi sufficienti per giudicare. Se il sole fosse un altro tipo di stella, una nova, tutti i dati combacerebbero, ma non lo è: quindi la spiegazione non funziona, ma gli si avvicina molto. Ora attendiamo i risultati di altre ricerche per capire un po’ meglio le cose».

In realtà le ricerche sono andate avanti.
Nel 1981 sono stati scoperti altri indizi significativi per la teoria degli Alvarez. Uno di questi è rappresentato dal ritrovamento di sferule di fusione del diametro di un millimetro trovate nell’argilla al limite K-T di Caravaca (Spagna), della cui presenza Alessandro Montanari (marchigiano, uno della équipe di Berkeley), ha dato conferma anche in rocce italiane. Talisferule sarebbero originate da goccioline di roccia fusa dall’impatto e raffreddatasi rapidamente durante la traiettoria balistica all’esterno dell’atmosfera, quindi alterata chimicamente e trasformata nell’argilla dello strato limite. Un altro indizio è rappresentato da granuli di quarzo con struttura da impatto. Studi accurati hanno rivelato che i granuli presentano una serie di lamelle planari che si intersecano (bande di deformazione) indicatrici di shock da ipervelocità. Tali granuli si trovano solo nei crateri da impatto finora conosciuti, nei siti di esprimenti nucleari, nei materiali sottoposti in laboratorio a shock estremi e, appunto, nel limite K-T.
« Purtroppo» scrivevano Walter Alvarez e Frank Asaro nel 1990 «nessuno ha mai potuto trovare un cratere di 150 km, il prodotto dell’impatto di un corpo di 10 km di diametro». Il cratere, dicono gli studiosi, potrebbe essere nascosto sotto la coltre glaciale antartica o potrebbe essere stato su quel 20 per cento di superficie terrestre sprofondato nell’incontro delle zolle oceaniche (subduzione).
Gli elementi che permetterebbero di individuare la posizione di tale cratere sono contraddittori: le sferule basaltiche nell’argilla del limite K-T indicano un impatto su fondo oceanico, ma i granuli di quarzo deformati testimonierebbero, piuttosto, un impatto su continente. La ricerca della prova dell’impatto è stata, negli anni, continua ed incessante. A Snowbird, nello Utah, sono state tenute, a distanza di anni l’una dall’altra, diverse conferenze sugli effetti dei grandi impianti meteoritici. Un esempio di cratere originato dall’impatto di un meteorite è costituito dal celebre Meteor Crater dell’Arizona (Canon Diablo), un cratere dal diametro di 1300 metri per 174 di profondità, che risale, forse, a qualche decina di migliaia di anni fa, ma sappiamo che il cratere che si sarebbe dovuto formare all’epoca dell’ultima grande estinzione, 65 milioni di anni fa secondo le stime di Alvarez, doveva essere almeno cento volte più grande. In tutto il mondo si conoscevano solo tre crateri di diametro superiore a 150 km, ma due sono troppo antichi (più di 600 milioni di anni) e il terzo è troppo recente (circa 29 milioni di anni) per costituire una prova a sostegno dell’ipotesi di Alvarez.
Il cratere che sembrava essere il candidato perfetto per una collisione che avrebbe causato un’estinzione di massa di 65 milioni di anni fa, nel periodo a cavallo tra il Creataceo e il Terziario, è il Cratere Manson nello Iowa, nella parte centrale dell’America del Nord. Michel Kunk, del Geological Survey degli Stati Uniti, fa risalire questo cratere, ormai ricoperto di terra, a 65 milioni di anni, con un’incertezza di qualche milione di anni, ma ahimè, il diametro del cratere è di appena 35 chilometri.
Altri candidati alla prova potevano essere una coppia di crateri chiamati Kara e Ust Kara sul litorale dell’oceano Artico sovietico, che avrebbero un’età, determinata con la tecnica dell’argon-argon, di oltre 70 milioni di anni, ma per alcuni ricercatori nessuno dei sistemi di datazione di Kara è convincente.
Nel 1991 sembrava che una prova fosse stata trovata nel fondo del mare dei Carabi dove è stata riscontrata presenza di iridio venticinque volte superiore a quella di altri siti e furono trovate anche tracce di argilla nera quale probabile residuo di incendi verificatisi a seguito del calore sviluppato dall’impatto, ma i dati raccolti non furono sufficienti a dimostrare quello che si cercava. Ma c’è una nota positiva.
Negli anni sessanta era stata scoperta dalla Pemex, una compagnia petrolifera messicana, nella parte settentrionale della regione dello Yucatan, in Messico, una strana cavità. Si tratta del cratere Chicxulub. Ma allora non fu riconosciuta come un cratere, bensì come una struttura possibilmente di origine vulcanica.
Come vedremo, nel 1981 il geofisico Penfield e Antonio Camargo della Pemex si erano imbattuti in questa grande struttura circolare sotto la costa settentrionale dello Yucatan e cominciarono a supporre che nell’area ci fosse un grande cratere.
Nel 1991, anche Charles Duller, uno scienziato della NASA, l’ente spaziale americano, mentre stava studiando delle foto del Messico prese dal satellite per individuare le risorse idriche utilizzate dagli antichi Maya, notò, in quella stessa regione, questo gigantesco cerchio, del diametro di 200 chilometri “stampato” sul terreno.
Lo scienziato sostenne che quella enorme “cicatrice” sulla crosta terrestre fosse la conseguenza della caduta di un immenso meteorite proprio in coincidenza con l’epoca in cui scomparvero i dinosauri. Datazioni preliminari radio isotopiche effettuate recentemente a Berkeley sulla bocca di fusione del Chicxulub hanno indicato un’età di 65 milioni di anni fa, identica, dunque, a quella del K-T. Il che costituisce finalmente, una clamorosa, concreta conferma della validità delle ipotesi degli Alvarez.
Ne parliamo più diffusamente nel prossimo capitolo.


   

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