| SMOKING
GUN, IL FUCILE FUMANTE
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Il mistero della uccisione dei dinosauri
65 milioni di anni fa sembrerebbe dunque avere finalmente
trovato la causa, cioè, per usare una felice
immagine usata da Walter Alvarez, lo «smoking
gun», il fucile fumante.
La prova schiacciante: un enorme cratere in Messico,
nella penisola dello Yucatan.
Il colpevole: un meteorite di enormi dimensioni che
colpì la Terra. La prova dell’esistenza
di un cratere di 120 miglia (circa 180 km) di diametro,
da tempo cercata, è stata raggiunta.
Il cratere Chicxulub, così chiamato dalla città
messicana che ne è l’evidente centro, posto
a cavalcioni della costa della penisola dello Yucatan,
nel Golfo del Messico, è stato identificato come
il possibile luogo dell’impatto.
Un cosmochimico, Alan Hildebrand, laureato in Scienza
Planetaria all’Università dell’Arizona,
è stato uno dei ricercatori che per primi hanno
identificato il cratere.
In un saggio pubblicato nel 1990 Hildebrand, insieme
ad altri colleghi, ha citato la prova ottenuta dalla
perforazione di pozzi petroliferi nell’area vicino
alla Compagnia petrolifera messicana Pemex che già
negli anni settanta aveva fatto supporre al geofisico
Glen Penfield che ci fosse un grande cratere nell’area
in esame. La prova proviene da campioni trovati nei
sedimenti sulla costa messicana e da campioni trovati
nel fondo marino del mar dei Carabi.
« Abbiamo trovato campioni di sferule di vetro
esattamente come ci si aspetterebbe dall’impatto
di un meteorite» ha affermato nell’ottobre
1991 Nicola Swimburne, membro del post-dottorato di
ricerca dell’Università della California
a Berkeley, uno dei tre scienziati che hanno eseguito
le ricerche, ed ha inoltre affermato di aver trovato
sedimenti grezzi indicanti qualche enorme turbamento
fisico sul fondo marino.
Insieme, questi frammenti di prova significano che «la
teoria dell’urto di un meteorite nelle vicinanze
della terra è la sola cosa che ha senso»
ha affermato ancora Swimburne. Nel 1989 Hildebrand aveva
identificato sedimenti ad Haiti che contenevano “tektites”
(sferule di vetro) formatesi durante l’impatto
per lo “schizzo” di roccia fusa. Il grosso
numero di “tektites” là, insieme
a sparsi depositi indicanti un’ondata di marea
più grande dimostrava che Haiti era all’interno
delle 600 miglia (966-1000 km) del luogo dell’impatto.
Pertanto la combinazione dei dati provenienti da Haiti,
Messico, e i due luoghi sul fondo marino dei Caraibi,
formava un cerchio attorno al cratere Chicxulub che
sta finalmente restringendo il nodo di prove a favore
del “killer dei dinosauri”.
Dopo più di dieci anni di accesi dibattiti la
tesi dell’impatto può considerarsi quasi
stabilita. Hildebrand ha affermato in un’intervista
che il luogo messicano esaminato dagli scienziati di
Berkeley è quello da lui studiati ad Haiti sono
«i due luoghi di prodotti piroclastici più
spessi nel mondo».
In entrambi i luoghi, infatti, lo strato di materiale
espulso dall’impatto è spesso circa 10
piedi (3 metri circa), mentre in altre parti del mondo
è spesso meno di un pollice (2 cm e mezzo circa).
Ciò dimostra che i luoghi sono molto vicini al
reale impatto. Pertanto, con l’aumentare delle
prove, Hildebrand ha affermato di «essere sicuro
al novantanove per cento che Chicxulub è il cratere
responsabile dell’estinzione di massa».
L’ampiezza di 180 km dell’anello a Chicxulub
lo rende quindi più che grande abbastanza per
il ruolo che il gruppo di Walter Alvarez aveva originariamente
previsto. L’ulteriore studio, di cui sopra, di
Hildebrand, penfield ed altri alla fine mostrò
che esso era, in realtà, un cratere da impatto,
piuttosto che un qualsiasi tipo di struttura vulcanica
ma, e qui sembra sorgere un nuovo problema, si era formato
nel momento giusto della storia geologica?
La risposta sarebbe affermativa se gli investigatori
potessero dimostrare che Chicxulub fu realmente la fonte
dei detriti dell’impatto che Hildebrand trovò
ad Haiti. Ciò significherebbe dover applicare
lo stesso metodo di datazione sia ala cratere che ai
detriti per vedere se le loro età sono identiche.
Il termine di paragone è rappresentato dalla
potente tecnica di datazione laser argon-argon.
Dice Glen Izett del Geological Survey (USA) a Denver:
«E’ un fantastico salto in avanti nella
tecnologia che ha rivoluzionato la geocronologia».
Il “salto”, in realtà, è composto
da una serie di piccoli balzi che iniziarono nel 1966,
quando fu introdotta la tecnica.
Come il suo predecessore il metodo “potassio argon”,
la datazione argon-argon è un mezzo di lettura
dell’orologio che batte in ogni roccia, in quanto
le tracce del potassio radioattivo 40 si disintegrano
in argon 40. quell’orologio può registrare
date da meno di 1 milione di anni fa fino a parecchie
centinaia di milioni di anni fa. Sebbene le due tecniche
condividano un principio comune, la nuova rappresenta
un netto progresso sulla vecchia.
Nel precedente metodo gli investigatori dovevano analizzare
due campioni di roccia con tecniche completamente diverse:
trasformare chimicamente un campione per misurare il
contenuto nella roccia di potassio solido 39 e unire
l’altro campione per estrarre e misurare l’argon
40.
Il potassio 39 dava la misura di quanto potassio radioattivo
40 la roccia aveva originariamente contenuto, dato che
il rapporto di isotopi è costante da roccia a
roccia, e diceva quanto velocemente batteva l’orologio;
la quantità di argon 40 che era stata accumulata,
mostrava da quanto tempo quell’orologio funzionava.
Chiaramente tutto questo procedere separato conduceva
ad un’inevitabile imprecisione, mentre la precisione
della tecnica dipendeva decisamente dall’estrazione
di tutto l’argon.
Il metodo “argon-argon”, invece, combinava
in maniera eccellente i due tipi di procedimento eliminando
molta imprecisione.
Infatti, bombardando in un reattore nucleare un campione
con neutroni si poteva trasformare il suo potassio 39
in argon 39. dunque l’orologio radioattivo poteva
essere letto dal rapporto dei due isotopi di argon (40-39)
di un campione che poteva essere estratto nello stesso
gradino e quantificato dalla spettrometria di massa.
Questo non solo semplificava il processo, ma rendeva
inutile estrarre tutto l’argon perché qualunque
omissione nel fare ciò non avrebbe inciso sul
rapporto degli isotopi.
« Ciò che sta rivoluzionando il campo ora
è l’essere in grado di realizzare analisi
argon-argon su piccoli campioni» dice il geocronologo
Carl Swisher dell’Institute of Human Origins a
Berkeley, capo del gruppo di dodici ricercatori appartenenti
a sette diverse istituzioni che ha datato il cratere
Chicxulub (tra questi ricercatori vi sono anche Walter
Alvarez e Alessandro Montanari del Dipartimento geologico
e geofisico della Università della California).
L’applicazione del metodo “argon-argon”
a sferule di vetro alterate da argilla non sarebbe stato
possibile e il comune buon senso faceva pensare che
nessuna delle sferule di vetro avrebbe evitato l’alterazione.
Ma Glen Izett si imbatté (colpo di fortuna!)
in alcune sferule di vetro (tektites) non alterate che
sono state datate 65,06 milioni di anni, con uno scarto,
in più o in meno, di 18 milioni di anni!
Datare il cratere si dimostrerebbe ancora più
difficile; infatti i crateri da impatto sono difficili
da datare, in parte perché il loro calore persistente
accelera l’alterazione dei minerali che interferisce
con un’accurata datazione.
Molti laboratori trovarono questi campioni iniziali
troppo alterati per fornire un’età attendibile
ma due gruppi fortunati, alla fine, in virtù
di campioni ottenuti da trivellazioni databili, vi sono
pervenuti!
Uno di questi è, appunto, quello capeggiato dal
già nominato Carl Swisher il quale ha espresso
il suo verdetto riportando l’età di 64,98
milioni di anni per il cratere Chicxulub. Pertanto le
età dell’impatto, dei detriti dell’impatto
e del cuore dell’estinzione di massa sono coeve.
« Non vedo ragioni per dubitare che Chicxulub
sia un prodotto dell’impatto K-T» dice Virgil
Sharpton del Lunar and Planetari Laboratori a Houston.
C’è un ripensamento da parte di Sharpton
nel fare questa affermazione in quanto egli aveva inizialmente
dubitato che Hildebrand e Penfield avessero dimostrato
che quella struttura fosse un cratere, aggiungendo anche
che era troppo vecchio per essere un impatto K-T.
Ciò che ha persuaso Sharpton è una semplice
considerazione: «E’ quasi inimmaginabile»
egli dice «che uno dei più larghi crateri
da impatto conosciuti e i detriti da impatto nei Carabi
possano avere la stessa età radioisotopica e
non appartenere alo stesso evento!» Egli soggiunge
che fu anche influenzato dalle impressionanti somiglianze
nella chimica della roccia fusa dal cratere Chicxulub
e dei detriti di Haiti.
Le nuove scoperte mettono in crisi anche alcuni dei
critici più scettici riguardo alla teoria dell’impatto
K-T, come molti paleontologi i quali avevano affermato,
prima dell’ipotesi di Alvarez, che niente di così
grande aveva colpito la Terra nei passati bilioni di
anni.
Ma il fermo, stretto legame tra Chicxulub e il limite
K-T ha cambiato la visione del paleontologo William
Clemens dell’Università della California
a Berkeley il quale afferma: «Gli impatti fanno
parte dell’ambiente dei passati 600 milioni di
anni di cui si deve tener conto in relazione al limite
K-T».
Pur tuttavia, avendo accettato ciò, i paleontologi
possono ancora chiedere insieme a Clemens: «Qual
è l’effetto biologico di un impatto?»
Rispondere a tale interrogativo di certo occuperà
la prossima fase di ricerca sulla catastrofe K-T. per
ora i paleontologi sono profondamente divisi al riguardo.
Karl Flessa, ad esempio, paleontologo dell’Università
di Arizona, sostiene incondizionatamente la teoria di
Alvarez ed afferma: «La prova schiacciante per
un impatto al limite K-T e perciò è la
causa delle estinzioni!»
« L’opinione prevalente, però,»
osserva Richard A. Kerr in «Science» «sembra
essere quella che l’impatto debba dividere la
responsabilità delle estinzioni con killers più
terreni». Antony Hallam, dell’Università
di Birmingham, parlando a nome di molti paleontologi,
dice: «Poteri accettare la storia dell’impatto,
ma penso che, al massimo, sia stato il colpo di grazia.
Credo che un’estinzione di massa si sarebbe verificata
nel regno marino senza un impatto. Mi piace l’dea
di estinzioni di massa prodotte dalla terra».
Le sue cause preferite per l’estinzione sono:
1) il cambiamento del livello del mare che si verificò
al limite K-T o poco prima di esso; 2) il vulcanismo
– l’eruzione di due milioni di anni dei
trappi del Deccan in India concentrata al K-T; 3) attacchi
di anossia asfissiante nell’oceano causati da
cambiamenti della circolazione oceanica.
Stabilire solo quanto l’impatto contribuì
all’estinzione richiederà di identificare
plausibili meccanismi mortali per specifici gruppi di
fossili, per esempio trovare la prova che l’impatto
produsse sufficiente pioggia acida radioattiva che avrebbe
potuto sterminare il plancton marino dissolvendo il
suo scheletro di carbonato. Dare la responsabilità
della scomparsa di una specie all’impatto avrà
anche una inveterata coincidenza, in termini di tempo,
tra il supposto colpo mortale e l’ultima traccia
della specie.
Forse solo in due casi la prova non viene contestata
finora.
L’oscurità e il freddo provocati dalla
polvere dell’impatto, insieme ai fuochi dell’ampiezza
di continenti, potrebbero aver danneggiato le piante
degli Stati Uniti occidentali data l’esatta coincidenza
dei detriti da impatto e un brusco cambiamento della
flora. E l’urto della catena alimentare marina
registrato nei sedimenti al limite K-T e poi scomparvero.
Dice Ward: «Sono convinto che un meteorite attacco
violentemente la Terra. Credo che certamente sterminò
le mie belle ammoniti!» Per concludere, si può
senz’altro dire che per costruire più condizioni
a favore dell’impatto i paleontologi e i geologi
continueranno le loro dettagliate dissertazioni dei
millenni immediatamente vicini al limite K-T. più
convincente di tutti sarebbe la scoperta di un secondo
impatto nel bel mezzo di un’estinzione di massa.
Al momento presente il più grande ostacolo per
comprendere ed accettare a pieno l’evento K-T
potrebbe essere proprio l’unicità dell’impatto.
Intanto possiamo affermare, con Richard A. Kerr, che
quella «traccia di indizio che fu per la prima
volta trovata quindici anni fa in una Gola vicino ad
una città medievale nel centro Italia è
ora finita sotto la costa della Penisola dello Yucatan
nella scena di un’antica catastrofe: i resti sepolti
di un cratere da impatto dell’ampiezza di 180
km».
Gubbio e Chicxulub: un gemellaggio da fare?
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