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IL VULCANISMO DEL DECCAN

Certamente l’estensione dei trappi del Deccan da sola fa capire quale importanza questo fenomeno deve avere avuto nella storia della Terra: le singole colate di lava hanno un volume che supera i diecimila chilometri cubi.
Dice Vincent E. Courtillot: «Restava da chiarire se la durata del vulcanismo del Deccan fosse compatibile con l’età e lo spessore del limite K-T. Fino a poco tempo fa si pensava che i campioni di lava dei trappi del Deccan avessero un’età variabile dai trenta agli ottanta milioni di anni (valore stimato misurando nelle rocce il decadimento dell’isotopo radioattivo Potassio 40). Non era noto se questo intervallo fosse reale o, piuttosto, riflettesse un errore di misurazione.
Affascinato da questo problema, nel 1985 mi sono unito alla ricerca dei colleghi per trovare una risposta attendibile.
Un importante indizio» continua Courtillot «è emerso dal fatto che le rocce del Deccan sono basalti, cioè rocce vulcaniche ricche di magnesio, titanio e ferro, discretamente magnetiche. Quando la lava basaltica si raffredda, nella roccia la magnetizzazione dei piccoli cristalli degli ossidi di ferro-titanio rimane 'congelata' in posizione di allineamento con i campo magnetico terrestre. La polarità del campo si inverte casualmente cosicché il polo nord magnetico diventa polo sud e viceversa. Queste veloci inversioni – che durano circa diecimila anni – avvengono in modo irregolare ad un ritmo che è variato da circa una sola inversione per milione di anni alla fine del Cretaceo, ad approssimativamente quattro inversioni ogni milione di ani in tempi recenti. Jeanne Besse e D. Didier Van Damne, dell’Institut de Physique du globe di Parigi ed io » dice ancora Coutillot «abbiamo scoperto che più dell’ottanta per cento dei campioni di roccia provenienti dai trappi del Deccan presentava la stessa inversione di polarità. Se il vulcanismo fosse stato realmente interrotto tra ottanta e trenta milioni di anni fa, si dovrebbe trovare un numero circa uguale di campioni a magnetizzazione normale e a magnetizzazione invertita perché durante quel periodo di cinquanta milioni di anni avvennero decine di inversioni. In realtà, le sezioni affioranti più potenti (1000 metri di spessore) dei trappi registrano solo una o due inversioni. Perciò nel 1986 abbiamo stabilito che il vulcanismo del Deccan dovrebbe avere avuto inizio durante un intervallo di polarità invertita e poi si sarebbe placato in un intervallo di polarità normale.
Sulla base della frequenza usuale delle inversioni, i nostri risultati indicano che il vulcanismo non dovrebbe essere durato più di un milione di anni. Se le cose stanno così, le età stabilite con la datazione mediante potassio 40 dovevano essere sbagliate.
I miei colleghi Henri Maluski, dell’Università di Montpellier, e Gilbert Feraud, dell’Università di Nizza ed altri ricercatori hanno usato una tecnica più nuova ed affidabile, la datazione argon – argon, per determinare quanto potassio 40 fosse decaduto nei campioni di roccia dai tempi della formazione. I loro risultati hanno confermato che le effusioni del Deccan si formarono in un periodo relativamente breve. Le stime delle età delle lave del Deccan vanno dai 64 ai 68 milioni di anni; variazioni in più o in meno possono dipendere da alterazioni dei campioni o da differenti standard di laboratorio. Sebbene sia difficile una accurata datazione della roccia sedimentaria , le recenti scoperte, effettuate da Ashok Sahni dell’Università di Candigarh, J.J. Jaeger dell’Università di Montepellier e colleghi restringono ulteriormente le stime dell’età dei trappi del Deccan. Sedimenti immediatamente al di sotto delle colate del Deccan contengono frammenti di fossili di dinosauri che sembrano risalire al Maastrichtiano (ultimi 8 milioni di anni del Cretaceo). Denti di dinosauri e di mammiferi e frammenti di uova di dinosauro che sembrano appartenere al Maastrichtiano sono stati trovati anche in strati sedimentari intercalati alle colate. Questo implica che il vulcanismo del Deccan abbia avuto inizio durante l’ultima fase del Cretaceo. Dati più precisi provengono dai pozzi di esplorazione petrolifera che sono stati perforati lungo la costa orientale dell’India, dove hanno attraversato tre sottili colate basaltiche intercalate a strati di roccia sedimentaria.Il livello più basso di lava appoggia su strati sedimentari che contengono fossili della specie planctonica Abatomphalus mayaroensis, molto diffusa durante l’ultimo milione di anni del Cretaceo ed estintasi subito dopo.
Gli strati di roccia sedimentaria intercalati alle effusioni laviche contengono anche fossili esattamente della stessa epoca, ma gli strati al di sopra delle effusioni sono sterili.
I fossili di A. mayaroensis compaiono in strati con polarità magnetica normale che giacciono al di sotto (e sono quindi più antichi) del limite K-T e scompaiono in coincidenza con il limite stesso che è localizzato nel successivo insieme di strati a polarità inversa.
La conclusione più ragionevole che si può trarre dalle diverse prove», conclude Courtillot «è che il vulcanismo del Deccan debba essere incominciato durante l’ultimo intervallo magnetico normale del Cretaceo, abbia avuto il suo culmine durante il successivo intervallo a magnetizzazione inversa (al limite Cretaceo- Terziario o molto vicino) e sia terminato nel primo intervallo magnetico normale dell’Era Cenozoica.Gli studi magnetici e paleontologici concordano nel circoscrivere la durata del vulcanismo del Deccan a circa 500.000 anni, la migliore risoluzione di tempo ottenibile usando le tecniche attuali. Il fatto che il vulcanismo del Deccan- uno degli episodi più estesi e più rapidi di effusione lavica negli ultimi duecentocinquanta milioni di anni – sia coinciso con il limite KT (nell’ambito delle più precise cronologie oggi raggiungibili) ci ha reso difficile evitare di concludere che esiste un legame tra il vulcanismo dei trappi del Deccan e le estinzioni di massa».
Continua Courtillot: «Avendo stabilito che i trappi del Deccan vennero effusi quasi simultaneamente all’estinzione della fine del cretaceo, abbiamo cercato in seguito di appurare se un’eruzione vulcanica potesse spiegare le strutture osservate negli strati del limite TK. In effetti, queste strutture potrebbero essere state verosimilmente prodotte sia da un’immane eruzione vulcanica sia dall’impatto di un asteroide».
Courtillot si riferisce, chiaramente, alla presenza abnorme di iridio, alle sferule di basalto e ai granuli di quarzo.
« Non è detto che l’inconsueto strato ricco di iridio» scrive Courtillot «che sembra essersi depositato simultaneamente debba necessariamente provenire dallo spazio. William H Zoller,Ilhan Olmez e colleghi dell’Università del Maryland hanno scoperto anomali aumenti di iridio in particelle emesse dal vulcano Kilauea, nell’isola di Hawaii. J.P. Toutain e G. Meyer dell’Institut de Physique du globe hanno trovato iridio in particelle emesse da un altro vulcano, il Piton de la Fournaise, sull’isola di Reunion, che è correlato al vulcanismo del Deccan. Polvere vulcanica ricca di iridio è stata trovata inclusa nella calotta glaciale antartica, a migliaia di chilometri dai vulcani che l’avevano emessa.» A proposito delle sfere di basalto Courtillot dice: «Ma è impossibile affermare se siano originate come prodotti piroclastici oppure da crosta oceanica fusa in seguito all’impatto con un asteroide. Inoltre contribuisce a confondere le idee il fatto che almeno alcune delle sferule si sono rivelate alghe fossili tondeggianti o perfino uova di insetti recenti che hanno contaminato il materiale. La scoperta negli starti del limite K-T di granuli di quarzo deformati con struttura sa shock…è spesso considerata come la prova più convincente a favore dell’ipotesi dell’impatto. Questi granuli deformati sono stati trovati in precedenza solo nei crateri di impatto noti (come il Meteor Crater dell’Arizona)o in luoghi di esplosioni nucleari sotterranee. Essi si sono formati per intensa sollecitazione dinamica a pressioni 100.000 volte superiori a quella atmosferica, ma strutture da shock si possono formare anche a pressioni molto più basse se la roccia si riscalda prima che avvenga la sollecitazione, come nel caso di un’eruzione vulcanica.
Quando il magma risale alla superficie terrestre si decomprime e libera i gas. Contemporaneamente esso si raffredda e solidifica, ma se il raffreddamento è troppo rapido, i gas rimangono intrappolati nel magma e la pressione aumenta finendo col provocare esplosioni e forti onde d’urto. Queste sollecitazioni potrebbero bastare per formare cristalli di quarzo deformati, se la temperatura e la durata del fenomeno fossero sufficienti».
Courtillot scrive ancora che «le spaventose conseguenze dell’impatto di un asteroide e di un’immane attività vulcanica sarebbero simili (…); entrambe le ipotesi- asteroide o vulcanismo- implicano analoghi effetti di raffreddamento e di successivo riscaldamento».
Conclude Courtillot: «Entrambe le ipotesi- impatto di un asteroide e vulcanismo- implicano che le catastrofi repentine possono avere grande importanza nell’evoluzione biologica. Questa opinione sembrerebbe in contraddizione con i concetto di attualismo- principio guida della geologia—in base al quale la storia della terra sarebbe stata determinata dai medesimi processi geologici che avvengono tuttora e agiscono su lunghi archi di tempo. Qualitativamente eruzioni vulcaniche e impatti meteoritici non sarebbero eventi eccezionali, ma su base quantitativa l’evento che portò alla estinzione dei dinosauri è certamente diverso da ogni altro, almeno negli ultimi 250 milioni di anni…In effetti le grandi estinzioni aprono improvvisamente ampi spazi ecologici che consentono ai nuovi organismi di svilupparsi. Gli eventi catastrofici potrebbero, in realtà, essere stati indispensabili per l’evoluzione di forme di vita superiori».

 


   

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