Se
la riflessione costante sul passato si osserva da
più parti, un tratto distintivo del nostrotempo,
uno dei percorsi di lettura disponibili è
rappresentato dal confronto con la produzione documentaria
delle magistrature e delle istituzioni che si sono
succedute nel governo e nellamministrazione
della collettività, rispondendo alle sue
varie esigenze e contribuendo a determinarne levoluzione
culturale e politica.
Dal rapporto
documento-società, seguito nelle sue oscillazioni
temporali, emergono le linee caratteristiche di
itinerari storici e di sviluppi sociali che sono
punti di riferimento necessari anche per linterpretazione
della realtà contemporanea, la cui conoscenza
critica non può prescindere dallanalisi
delle testimonianze del passato. Nel caso di Gubbio,
antico centro umbro ampiamente inserito nella
realtà regionale attuale, la continuità
che lega la città al suo passato trova
riscontro nellimmagine ancora oggi fornita
dai suoi monumentali edifici civili e religiosi,
ma è anche riflessa, come singolare rispondenza
qualitativa e continuità temporale, dalle
carte dei suoi archivi. Solo parzialmente valorizzata
dalla ricerca storica, la ricca produzione documentaria
locale contiene, peraltro, tutte le premesse necessarie
per uscire dal silenzio dei depositi nei quali
è conservata, ma può farlo solo
con laccentuarsi dellattenzione degli
storici. Considerata infatti la peculiare natura
dei beni archivistici, non immediatamente suscettibili
di comprensione e sottratti alla possibilità
di unampia diffusione di conoscenza, è
soltanto con la mediazione fornita da studi organici
e specifici che tali beni culturali possono rendere
attuale quello che è stato definito "il
potere delle società del passato sulla
memoria e sullavvenire" (Le Goff).
Le prime
notizie sullarchivio comunale di Gubbio
che testimoniano lattenzione degli organi
amministrativi cittadini al problema della sua
conservazione sono della fine del XVI secolo.
Precedentemente a tali provvedimenti, almeno dal
1429, sembra invece consolidata una prassi di
tutela riservata a un diverso settore di produzione
documentaria, quello costituito dagli atti privati
rogati dai notai non più attivi. Lintervento
delle autorità comunali si concreta, in
tale occasione, nella redazione di un instrumentum
publicum con il quale un notaio eugubino si assume
lonere di conservare gli atti notarili affidati
al Comune dagli eredi, secondo le modalità
contenute in un memoriale che descrive analiticamente
i protocolli e i registri, oggetto della consegna,
e precisa le condizioni per lestrazione
di eventuali copie.
In
tal caso lazione pubblica sembra peraltro
più motivata dalle sollecitazioni espresse
dal forte Collegio notarile locale, a salvaguardia
degli interessi professionali della categoria,
che dettata da una sensibilità archivistica
ancora non identificabile tra i valori della collettività.
Una consapevole iniziativa di tutela della documentazione
pubblica è da riferire invece al 1586,
quando si decide di conservare le scritture comunali
in un vano chiuso adiacente alla loggia del palazzo
pubblico e si provvede a garantire la sicurezza
affidando le cinque chiavi necessarie per laccesso
a quattro rappresentanti dei quartieri cittadini
e al custode dei sigilli del Comune. Fino a tale
data i documenti erano stati raccolti in un "loco
poco sicuro" della chiesa di Santo Spirito,
in conformità al principio, ampiamente
recepito dagli ordinamenti del tempo, che attribuiva
alle comunità religiose garanzie di maggior
affidabilità. Alla regolamentazione formale
della sistemazione delle scritture, che circa
un secolo dopo verranno identificate come Archivio
segreto, fanno seguito alcuni provvedimenti per
la tutela delle delibere delle assemblee cittadine.
Gli atti
normativi e dispositivi degli organi consiliari,
raccolti nei registri delle Riformanze, vengono
dislocati in un "luogo sicuro" della
cancelleria e la loro consultazione è condizionata
allautorizzazione vincolante delle autorità
amministrative. Il provvedimento, deciso nel 1619,
è motivato dalla necessità di evitare
i "disordini" determinati dal libero
accesso degli ufficiali comunali alla consultazione
dei registri della cancelleria. Lattenzione
riservata al settore documentario notarile dal
governo comunale è destinata a intensificarsi
con il definitivo inserimento della città
nello Stato Pontificio. Nel 1638 viene formalmente
istituito lArchivio notarile nel quale si
prescrive che vengano conservati non solo gli
atti dei notai defunti, ma anche la produzione
dei notai operanti nel territorio e gli atti rogati
per le autorità e gli enti ecclesiastici.
Dislocato dapprima nellArmeria, ebbe poi
sede nei locali del Monte di Pietà, "sotto
la loggia del palazzo pubblico". Oltre alla
documentazione notarile propriamente detta, vi
confluiscono interi nuclei di documenti che i
notai addetti alle curie giudiziarie conservavano
probabilmente insieme con i protocolli di istrumenti
privati. Lufficio di archivista notarile,
di durata triennale, viene appaltato con pubblico
bando al notaio che presenta il memoriale con
migliori condizioni.
Le entrate
dellarchivio sono prevalentemente costituite
dalle percentuali riscosse per la redazione di
copie o estratti richiesti dai privati.
Nel 1657
si propone alle autorità comunali di conservare
insieme con larchivio segreto il rilevante
nucleo di documenti e di memorie manoscritte costituito
dalle scritture raccolte, in più di undici
anni di appassionato lavoro, da Vincenzo Armanni,
illustre erudito e diplomatico eugubino, per la
storia della sua città. E lo stesso
Armanni a chiedere che le "historie, croniche
e scritture", provenienti da archivi pubblici
e privati, vengano conservate nellArchivio
segreto per evitare "la dispersione di carte
composte con sudori e stenti e per non farle servire
ad uso vile e sordido o delle case o delle botteghe,
come è stato per le carte di Baldo Angelo
Abbate, di Michelangelo Eugeni, di Francesco Piccotti".
Con una soluzione in parte diversa, il desiderio
dellArmanni si realizzerà soltanto
dopo la sua morte, quando la raccolta ancor oggi
identificata con il nome dello studioso troverà
posto in palazzo Pretorio insieme ai fondi della
Biblioteca Sperelliana.
Risale
alla fine del XVII secolo, in relazione allaccertamento
delle consistenti dimensioni assunte dalle scritture
documentarie, la decisione di trasferire lArchivio
segreto, le altre carte di cancelleria e le note
tavole di bronzo eugubine nel più ampio
locale esistente in prossimità del "finestrone
della stanza del magistrato", destinando
la vecchia sede dellarchivio delle cinque
chiavi esclusivamente alla conservazione dellargenteria
del Comune. Un successivo trasferimento della
documentazione comunale in tre locali del palazzo
dei Consoli verrà deciso dallAmministrazione
nel 1903. Tralasciando gli inevitabili danni,
dispersioni e distruzioni connessi alle operazioni
di trasferimento, interventi di segno contrario
per lintegrità degli archivi sono
da imputare a una distruzione della documentazione
non determinata dal verificarsi di eventi naturali
o accidentali, ma da provvedimenti decisi dalle
autorità per leliminazione di intere
serie di scritture dei passati regimi. Nel maggio
1519, subito dopo la fine del breve governo di
Lorenzino dei Medici, il luogotenente pontificio,
accogliendo le istanze espresse in tal senso dalla
collettività, autorizzava limmediata
esecuzione di un intervento distruttivo di documenti
archivistici. Nellintento di evitare che
determinati atti producessero i loro effetti giuridici,
veniva così bruciata e "lacerata"
una quantità imprecisata di documenti giudiziari
e finanziari, secondo una logica che fa riferimento
a una consuetudine adottata in occasione della
"renovatione dello Stato", e di volta
in volta imposta dalla necessità politica
di sopire le inquietudini sociali e di ottenere
il consenso della popolazione. Accanto a tali
iniziative, delle quali per fortuna non risulta
comprovata lesistenza di una prassi generalizzata,
sono anche da ricordare episodi di dispersione
dovuti a scarsa consapevolezza del valore degli
archivi. Nel 1900 si decideva lalienazione
di circa venti quintali di registri e documenti
cartacei per ottenere la disponibilità
di uno dei tre locali del palazzo dei Consoli
destinati a sede dellArchivio notarile.
In tale
occasione il regio commissario di Gubbio affidava
a Luigi Fumi, infaticabile studioso ed erudito
orvietano, lincarico di effettuare una ricognizione
delle carte stesse per accertarne la provenienza.
La documentazione da alienare risultava prevalentemente
costituita di atti notarili e giudiziari, ma erano
menzionati anche editti ducali e pontifici e contratti
pubblici. Il regio commissario, ritenendo di non
essere competente a decidere sulla destinazione
di documenti di natura non propriamente comunale,
rinviò il problema della possibilità
della loro vendita al Ministero degli Interni
del quale si ignora, peraltro, la decisione definitiva
e, di conseguenza, lavvenuta o meno dispersione
del materiale stesso.
|