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arte della ceramica
Tra tutte le attività artigianali eugubine, quella che ha raggiunto livelli di eccezionale espressione tecnica ed espressiva è stata la produzione della ceramica. L'arte della ceramica, fra le più antiche, ha accompagnato l'uomo dalla più remota preistoria all'età contemporanea, da quando scoprì che l'argilla plasmata ad umido e consolidata al fuoco, poteva soddisfare il bisogno di contenere liquidi al posto del corno di bue, delle conchiglie e dei gusci di frutti. Frammenti di ceramica si possono ancora ritrovare nel sottosuolo eugubino, perché essa, a differenza del legno o dei tessuti o anche dei metalli, è incorruttibile. Proprio attraverso questi ritrovamenti sappiamo che nel IV sec. a.C. a Gubbio vi era una produzione di buccheri e vasi corallini. Vasellami di semplice fattura e privi di qualsiasi decorazione documentano una produzione povera nell'alto medioevo. Nel periodo comunale erano ormai molti i vasai: coloro che producevano le terraglie per uso domestico ed i figuli, coloro che si dedicavano a prodotti eleganti per una clientela più esigente, i tornitori, gli stampatori, i lustratori ed i fornaciai. E' il periodo della ceramica decorata con varie gradazioni del verde: verde smeraldo, verde cantaride e turchese, e delle maioliche con decorazioni a candeliere o a graffiti. Ma la fama della ceramica di Gubbio è legata al nome di mastro Giorgio, che nel 1498 giungeva a Gubbio da Intra, sul Lago Maggiore, con i fratelli Giovanni e Salimbene; producevano vasellami di lusso fino al 1518, quando dalla loro bottega si cominciava a produrre una maiolica molto richiesta dalla borghesia, abbagliata dai prodotti medioevali arabo-spagnoli ed arabo-siculi, che esaltava le decorazioni con riflessi rubino e oro pallido di grande effetto, che neanche maestro Cencio, figlio di Giorgio, riusciva ad eguagliare. Nel Seicento la ceramica artistica eugubina ebbe altri operatori: in particolare si ricordano le botteghe del Prestino, di Salimbene di Pietro e Simone di Salimbene. Nel Settecento si cominciò a lavorare l'argilla bianca: la terraglia. Il segreto della preziosa lavorazione, nota soltanto al grande Andreoli, non fu ricostruito, nonostante i vari tentativi effettuati anche da Angelico Fabbri, chimico e naturalista eugubino. Dopo la pubblicazione nel 1850 del manoscritto del Piccolpasso, nel quale si descrivevano il forno, il metodo di cottura ed i colori impiegati da maestro Cencio, il Fabbri, insieme a Luigi Carocci, a Giovanni Spinaci, a Ubaldo Magni e ad Antonio Passalboni, pur ottenendo risultati più che positivi, non riuscì a raggiungere i colori di mastro Giorgio. Nel Novecento Ilario Ciaurro ridette vita alla ceramica eugubina e Cesare Faravelli introdusse il decoro a fiori, mutandolo da un piatto orientale di gusto ellenico-alessandrino, che negli ultimi anni ha soppiantato la lavorazione a lustro. Il prof. Polidoro Benveduti nel 1928 presentava al I Congresso di studi etruschi la tecnica del bucchero ed alcuni esemplari, usciti dalla sua bottega, di notevole leggerezza. Per completare la breve rassegna dell'opera dei ceramisti eugubini prima della seconda guerra mondiale ricordiamo, tra gli altri, i fratelli Alberto e Antonio Rossi, la CAM di Notari-Biagioli e la pittrice Luisa Damiani, detta la Tozza. Alcune opere di Aldo Ajò, recentemente scomparso, hanno meritato un posto in musei italiani e stranieri per originalità di fattura, per forza creativa e per bellezza di colori. Oggi un folto gruppo di artigiani specializzati opera nel settore della produzione di forme e di decori classici ed in quello che produce oggetti d'uso più moderni. Di notevole importanza per i livelli raggiunti è stata la Biennale d'arte della ceramica, che ha dettato stimoli culturali per il proseguimento di una sempre più rinnovata produzione. Nella seconda metà del Trecento, l'Occidente manifestava la sua incapacità a garantire la propria sopravvivenza. Un lungo periodo di depressione economica, la brusca caduta numerica della popolazione, lo sfaldamento dei sistemi agrari, il ripetersi delle carestie, la grande peste, la crisi monetaria, quella religiosa e le continue guerre sconvolsero la struttura socio-economica dei liberi Comuni e distrussero l'equilibrio sociale, la vita familiare ed il microcosmo individuale. L'avvento delle milizie mercenarie ed il fenomeno dei fuoriusciti, purtroppo ben organizzati e rappresentati da persone, non tanto desiderose di libertà ma di potere e di ricchezza, seminarono poi distruzioni, scissioni e miseria. A Gubbio, dopo il colpo di mano di Giovanni Gabrielli, che nel 1350 si impadroniva della città e poco dopo la cedeva al Card. Albornoz, assumeva il compito di pacificare le classi e di attuare un regime di ordine interno, attraverso un oculato riordinamento finanziario, il vescovo Gabriele di Necciolo Gabrielli. La sua opera non fu apprezzata né fu compreso il suo smisurato amore per la città e Gubbio perdette la sua libertà.

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