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l'epoca medioevale
Terminato il periodo oscuro delle invasioni barbariche, EUGUBIO, nella prima metà del sec. XII, diveniva gradualmente una città stato. Non nasceva dall'urto ma dalla progressiva modificazione del mondo feudale. La spinta verso autonomi ordinamenti cittadini non veniva da un gruppo mercantile ma al contrario da "boni homines", legati anche alla Chiesa e al Vescovo. Eugubio, città di limitate dimensioni, era ancora divisa in vici; la cinta muraria escludeva a sud del Camignano tutta la parte già appartenente alla città romana e a nord quella sovrastante le attuali vie dei Consoli e via XX Settembre. Verso la seconda metà del sec. XII la città fu ampliata verso il monte. In alto, nel punto più difeso, sorsero gli edifici pubblici, sedi e simboli delle istituzioni su cui la città si reggeva: la Cattedrale ed il palazzo del Comune. Appaiono le prime cariche comunali: il console, il difensore della città, il podestà ed il capitano del popolo. La città si estendeva ad est fino alla porta di san Marziale e a nord-ovest fino alla porta di san Giuliano, uniche rimaste nell'ambito delle mura medioevali. La popolazione era divisa in classi: nobiltà e cavalieri, borghesia e proletariato. Furono gli anni eroici del vescovo Ubaldo Baldassini, il futuro sant'Ubaldo (1085-1160). Patrono della Città è, tra tutti i santi, il più amato e venerato dagli Eugubini. Ogni anno, in suo onore, da otto secoli ininterrottamente si svolge, il 15 maggio, vigilia della festa, la tradizionale Corsa dei Ceri, manifestazione folcloristica popolare, in cui ancor oggi è evidente l'apporto dato da alcune delle Corporazioni delle arti medioevali. I Ceri di Gubbio sono divenuti simbolo della Regione dell'Umbria, perché "identificano gli elementi radicati nell'antichissima storia dell'Umbria e ancora vivi......" Furono gli anni della preziosa presenza dei Monaci benedettini: a pieno ritmo si bonificavano e si coltivavano le terre abbandonate durante le invasioni barbariche per provvedere alle necessità della città e dei piccoli centri che si erano ripopolati. Erano gli anni caratterizzati dalla divisione tra Guelfi e Ghibellini, dalla discesa in Italia di Federico Barbarossa, dalla lotta tra il papa e l'imperatore, tra imperatore e Comuni, tra città e città ed in particolare tra Gubbio e Perugia, eterne rivali. Nella seconda metà del Duecento l'aumentata autorità vescovile fece sentire la sua influenza in campo urbanistico: sorgevano le tre chiese degli Ordini mendicanti ai margini dell'abitato. Ne derivava un impianto urbanistico a croce, in cui l'asse longitudinale era determinato dalla chiesa di san Francesco (sec. XIII) e dalla Cattedrale (sec. XIII) e quello trasversale da san Martino (sec. XI-XIII) e sant'Agostino (sec. XIII); il centro veniva occupato da san Giovanni (sec. XIII). L'impianto a croce favoriva la divisione della città in quartieri: sant'Andrea (vici s. Andree e Curie), san Giuliano (vicus Platee), san Pietro (Colonia, vici Thiani e Grizonie) san Martino (vicus Ultra aquam). Altri due interventi completavano l'innovazione urbanistica: l'ampliamento della cinta muraria verso il piano e la costruzione dell'acquedotto. La società comunale sentiva l'esigenza di possedere una residenza civile non più decentrata. Al centro della città permaneva un'area poco edificata, denominata "Fosso": una discontinuità geomorfologica che si manifestava come terrazzamento e dirupo, individuabile tra le attuali vie dei Consoli e XX Settembre a monte, e via Baldassini e Savelli della Porta a valle. Qui nel 1321 veniva decretata la costruzione del palazzo del Popolo, del Podestà e della piazza pensile: uno dei due palazzi doveva toccare i quartieri di san Giuliano e san Martino e l'altro quelli di sant'Andrea e di san Pietro. La situazione economica favoriva una più democratica struttura politica, che si concretizzava nello statuto del 1338. Statuto che scaturì dall'esercizio di una democrazia diretta, che offrì al massimo numero dei cittadini l'occasione di partecipare alla gestione dei pubblici uffici: democrazia in verità né ugualitaria né totale, perché riceveva il consenso della parte più valente ma non derivava dall'atto di nascita né era ristretta ad una minoranza. Il nuovo modello di società era concepito ancora una volta in modo gerarchico, ma in esso agivano finalmente da protagonisti i membri della classe media: i borghesi, i mercanti ed i rappresentanti delle Corporazioni delle arti e mestieri. Il Comune offriva al massimo numero dei cittadini l'occasione di partecipare alla gestione dei pubblici affari; i cittadini si risvegliavano ai problemi politici; la divisione in partiti apriva un dialogo indispensabile per lo sviluppo della democrazia e della cultura; i brevi delle diciassette Corporazioni regolavano la vita associativa ed emanavano norme di etica professionale; il Comune approntava oculate misure protezionistiche e procurava sbocchi al mercato. Attraverso le Confraternite e le Corporazioni delle arti e mestieri anche il proletariato ebbe possibilità di socializzazione, di scambi di idee, di elementare acculturazione, di inserimento sociale tramite la partecipazione alla loro vita interna, di garanzie anche economiche in momenti difficili come malattie, disgrazie familiari e disoccupazione. La cultura ufficiale veniva impartita nel Gymnasium, dove insegnavano anche maestri forestieri. Non mancavano momenti di "allegrezze" nei numerosi giorni di festività civili e religiose, tra i quali è d'obbligo ricordare le gare dei balestrieri e degli sbandieratori, ancor oggi molto apprezzate. Il gioco della balestra fu praticato dagli Alfieri delle Corporazioni delle arti e mestieri fin dal medioevo. E' opportuno ricordare l'importanza, certamente non politica ma sociale, che ebbero le numerose Compagnie che svolgevano attività culturali, religiose e sportive nelle contrade, suddivisioni dei quartieri. Ogni appartenente possedeva un ricco costume fregiato dello stemma della contrada, visibile nella parte anteriore. Le Corporazioni delle arti e mestieri contribuirono, quindi, in modo determinante allo splendore di Gubbio. Una lettura della storia medioevale eugubina non sarebbe approfondita senza un accenno alle principali attività artigianali che sono rimaste vive nel tempo. Dietro ad ogni oggetto, infatti, prodotto dell'artigianato c'è tutta una cultura che è il risultato di conoscenza, abilità, fantasia, creatività e soprattutto capacità di prolungare nel lavoro l'immagine dell'uomo, dell'individuo, di se stesso; di controllare ogni momento del processo lavorativo, di valorizzare il rapporto uomo-natura e di liberarsi dalla massificazione della creatività, della fantasia e dell'iniziativa individuale. Nella seconda metà del Trecento, l'Occidente manifestava la sua incapacità a garantire la propria sopravvivenza. Un lungo periodo di depressione economica, la brusca caduta numerica della popolazione, lo sfaldamento dei sistemi agrari, il ripetersi delle carestie, la grande peste, la crisi monetaria, quella religiosa e le continue guerre sconvolsero la struttura socio-economica dei liberi Comuni e distrussero l'equilibrio sociale, la vita familiare ed il microcosmo individuale. L'avvento delle milizie mercenarie ed il fenomeno dei fuoriusciti, purtroppo ben organizzati e rappresentati da persone, non tanto desiderose di libertà ma di potere e di ricchezza, seminarono poi distruzioni, scissioni e miseria. A Gubbio, dopo il colpo di mano di Giovanni Gabrielli, che nel 1350 si impadroniva della città e poco dopo la cedeva al Card. Albornoz, assumeva il compito di pacificare le classi e di attuare un regime di ordine interno, attraverso un oculato riordinamento finanziario, il vescovo Gabriele di Necciolo Gabrielli. La sua opera non fu apprezzata né fu compreso il suo smisurato amore per la città e Gubbio perdette la sua libertà.

la storia

preistoria
epoca umbra
epoca romana
le invasioni barbariche
epoca medioevale
la società signorile
l'antico regime
epoca contemporanea
Tratta da:
Pubblicazione S.A.I.
Società Aree Industriali
Gubbio