Sentiero Francescano della Pace

Molte volte nella sua vita san Francesco (1182-1226) si è recato da Assisi a Gubbio e alla Verna. Il Sentiero da Assisi a Valfabbrica a Gubbio rievoca nel loro insieme le occasioni di questi viaggi...

Molte volte nella sua vita san Francesco (1182-1226) si è recato da Assisi a Gubbio e alla Verna. Il Sentiero da Assisi a Valfabbrica a Gubbio rievoca nel loro insieme le occasioni di questi viaggi, ma in particolare cerca di riassumere, nei termini della "conversione" del suo protagonista, il profondo significato di un cammino per Gubbio iniziato da san Francesco tra il febbraio e il marzo del 1206. In quell'anno, la sua rinuncia a tutti i beni terreni era appena avvenuta ed era stata quell'autentica "spoliazione" di fronte al vescovo della città e al padre, Pietro di Bernardone, che Giotto ha ritratto così efficacemente.


La citazione in giudizio di fronte al vescovo, promossa dal padre, era stata, per il giovane Francesco, una provocazione molto propizia. Da tempo, infatti, egli "sentiva di avere scoperto il tesoro nascosto e, da mercante saggio, si industriava di comprare la perla preziosa, che aveva trovato, a prezzo di tutti i suoi beni". L'acquisto del diadema più luminoso, la povertà, era dunque stato possibile solo qualche giorno prima della sua partenza dalla città. Per assistervi, il popolo dileggiante di Assisi si era radunato intorno al suo vescovo Guido e, per la prima volta dopo la conversione di Francesco, non aveva insultato per strada il giovane coperto di cenci, ma era ammutolito davanti ai suoi gesti lenti, immediati e sicuri benché scanditi dalle rigide regole del processo.


Un atto "carico di un significato misterioso" era apparsa a tutti la sua "spoliazione" ed egli non avrebbe mai potuto, in quel momento, renderla più comprensibile. Fra le ricchezze alle quali aveva rinunciato vi era quella della "parola convincente"; d'altra parte, il tesoro celeste della povertà lo portava verso derive alle quali era estraneo il progredire del tempo e ogni sua concreta implicazione.


L'unico ponte non tagliato fra l'immenso e la terra era rappresentato dal canto: "Vestito di cenci, colui che un tempo si adornava di abiti purpurei, se ne va per la selva, cantando le lodi di Dio in francese". Il suo viaggio fuori di Assisi è cominciato con tale partecipazione spirituale che nessuna contingenza - né di spazio né di tempo? gli è associabile. La stessa persona fisica di Francesco può tenere dietro al vortice dei passi spirituali solo sopraffacendosi col canto, sopravanzandosi con la melodia estesa della purezza interiore.


Servirà però ancora, in questo viaggio, la "parola convincente". Essa dovrà essere ripristinata, perché chi assale Francesco ne ha ancora bisogno, ma allora fiorirà nel codice medievale la pianta rampicante dell'ascesa celeste: "Sono l'araldo del Gran Re". E servirà ancora sottomettersi alla scansione del tempo, che progredisce pigra e malevola nel contatto con monaci inselvatichiti da privazioni mal tollerate.


Mentre ridà concretezza all'agire di Francesco, il viaggio - nel racconto dei biografi - si scopre come orientato a una meta. Così, in un certo senso, il cammino ha termine, a Gubbio, quando avviene l'incontro tra il Santo e il suo amico di un tempo. Comincia però proprio allora quelI'impegno verso i lebbrosi che dimostra come il compimento di un così lungo tragitto coincida non tanto con un'ospitalità ricevuta da Francesco quanto con quell'assistenza che egli da allora comincia a dare a chi, molto più di lui ammalato, ne ha bisogno.

Come si può vedere, le Fonti francescane non individuano un itinerario, ma descrivono il comportamento spirituale del Santo ed episodi accadutigli lungo il percorso da Assisi a Gubbio. Solo la ricerca storica - quella di Arnaldo Fortini in particolare - ha potuto ricostruire questo percorso (identificato con la via medievale per Valfabbrica) e renderlo attendibile come quello con molta probabilità compiuto dal Santo a partire dal 1206.


È questo lo spirito con cui abbiamo ridisegnato il Sentiero, senza la presunzione, cioè, di avere riportato alla luce il tracciato della via medievale, ma con la consapevolezza di avere utilizzato la documentazione storica che lo riguarda in modo tale da ricollegare sempre alla sua "virtualità", in mezzo ai boschi e sull'alto delle colline, accanto al Chiascio e lungo i tanti torrenti, episodi e monumenti della vita di san Francesco in grado di parlare ancora molto all'uomo d'oggi.
 

E' disponibile la cartina del Sentiero che può essere richiesta al Servizio Turistico Associato di Gubbio

per la cartina del "sentiero":  www.caigubbio.it
per maggiori informazioni:
www.ilsentierodifrancesco.it
www.viadifrancesco.it




Da Assisi a Valfabbrica

L'inizio del Sentiero riassume, già al primo colpo d'occhio, non solo un momento, ma tutta la vita, di san Francesco.
 

Se da qui, appena fuori di Porta San Giacomo, egli dov'essersi incamminato per Gubbio, la meta di uno dei suoi primissimi, autentici viaggi, sempre qui, alla nostra sinistra, la celeberrima Chiesa che conserva il corpo del Santo ne avrebbe consacrato - dopo anni di viaggi ben più lunghi - il ritorno alla città oltre che l'innalzamento alla gloria degli altari.
 

E allora il percorso che si comincia scendendo da Porta San Giacomo verso il torrente Tescio non evoca, dal punto di vista della biografia di Francesco d'Assisi, un viaggio qualunque.
 

Tutto l'ambiente in cui sono collocati l'inizio della strada per Gubbio e il monumento francescano per eccellenza - le Basiliche di Frate Elia - risponde ancora oggi all'unità materiale e spirituale del cammino di Francesco. Tutta la sua esistenza è qui presente, anche se la storia - come è normale che accada - ha profondamente rimescolato le carte di un'avventura umana compiutasi all'inizio del Duecento: Francesco, uscendo da Assisi, rabbrividiva alla visione dell'orrido "Colle dell'Inferno" e qualunque strada lo allontanasse dal suo "inferno" cittadino gli era propizia; oggi noi, invece, a rischio di smarrire quel po' di tracciato storico rimasto dell'itinerario del Santo verso Gubbio, ci estasiamo, quasi ci fermiamo, alla vista dello stesso luogo di partenza, diventato sublime grazie alla sua morte e da allora rinominato "Colle del Paradiso".
 

Accade però che, proprio per avere una visione ancora più intera della chiesa di San Francesco e del suo colle, ci allontaniamo dalla Porta San Giacomo e cominciamo a scendere dalla via del Ponte dei Galli. Nello stesso momento, e nei momenti successivi all'inizio di questa discesa, il nostro percorso sul Sentiero francescano è già cominciato, la strada individuata per replicare quella medievale del giovane Francesco diventa la ragione preponderante del nostro cammino. La scoperta della discesa e la ricerca, con lo sguardo, dei punti da cui risaliremo le colline che ci circondano stemperano la visione della Chiesa e la immergono nella contemplazione di quella natura che per tanta parte del cammino sarà, come già per Francesco, l'unica compagna confidente e serena. Scendendo, costeggiamo la foltissima "Selva" da cui emerge il convento francescano: essa è il tramite più diretto, il ponte più efficace tra l'arte e lo spirito da un lato e la natura e lo spirito dall'altro.
 

Ci abituiamo alla discesa anche grazie al rumore sempre più distinguibile delle acque del Tescio, il principale fra i torrenti che scendono dal Subasio. Lo attraversiamo nella località detta di Ponte Santa Croce, pittoresco angolo in fondo alla valle in cui è testimoniata, intorno agli anni della vita di san Francesco, la notevole attività di un insediamento benedettino.

La Chiesina attuale, tuttora officiata, conserva un affresco seicentesco ispirato alla grande devozione popolare che qui si è alimentata nel corso dei secoli. Se, poi, quello che attraversiamo sia l'autentico Ponte dei Galli è questione venuta in controversia negli ultimi anni: pare, infatti, che con qualche credibilità il ponte in parola possa essere rintracciato in un manufatto, architettonicamente molto povero, seminascosto dalla vegetazione della "Selva" francescana adiacente.

Superato Santa Croce, giriamo a sinistra e percorriamo il fondovalle per poche centinaia di metri. Dopo una semicurva, a destra parte la "via Padre Pio", fortemente segnata dalla fede nel Beato di Pietralcina da una sua statua imponente circondata da una ricchissima aiuola, continuamente coltivata e arricchita da gente che spesso si può vedere sostare qui in preghiera e in raccoglimento.
 

La strada asfaltata, in forte salita iniziale, lascia il posto alla terra battuta quando attraversa il falsopiano da cui si ammirano, insieme, la mole del Subasio e l'apertura, con centro in Santa Maria degli Angeli, della Valle Umbra.

In corrispondenza del primo bivio, si sale di nuovo, a sinistra, verso Torre Zampa. Qui è il regno dei pastori: vi si trovano campi a pascolo, ma anche regolari coltivazioni e una rada pineta. Il Sentiero raggiunge la cima, dominata dalla Torre, snodandosi proprio in mezzo alla pineta e prosegue, riscendendo dolcemente, fino a raccordarsi col punto terminale della "via Padre Pio".
 

Questo è il luogo di un piccolo guado, dopo il quale, voltando a sinistra, si riprende a salire, dapprima in un tratto boscoso, quindi allo scoperto, in un ambiente collinare ancora più isolato di quello dal quale eravamo saliti per arrivare a Torre Zampa.

Dal guado, fino alla prima deviazione che immette il Sentiero in direzione di Pieve San Nicolò, si conta poco più di un chilometro. Sul bivio, a sinistra, ci attende un bosco davvero folto e variegato. Prima di inoltrarci in esso, abbiamo il tempo di scorgere, non lontane davanti a noi, colline molto aspre, che poi terminano in grandi prati.

Sperimentiamo quei colli quando, oltrepassato il bosco molto fresco e ricco di rigagnoli e stagni, ci troviamo a risalire, allo scoperto, una costa dalle pareti brulle e rocciose. Da qui si torna a scoprire una vista su Assisi singolarmente suggestiva: la città è ormai lontana e consiste unicamente nella sua Rocca e nel campanile della chiesa di San Francesco, che compare all'improvviso dietro la collina da cui, dopo Torre Zampa, scende il Sentiero.

Superato il pendio, riusciamo sulla strada asfaltata che sale da San Fortunato. È questa la carrozzabile che, col nome di "strada Francescana", da non molti anni congiunge direttamente Assisi e Valfabbrica raggiungendo, sulla cima, l'abitato di Pieve San Nicolò. Il tracciato della "Francescana" ha sostituito la vecchia comunale che raccordava, ancora fino agli anni Cinquanta, toponimi centrali nella descrizione della più antica "via per Valfabbrica" fatta dal Fortini, come Casa Coppe e La Torre.

Questi luoghi, con i rispettivi insediamenti, esistono anche oggi e chi li abita conserva la memoria di una strada che dalla mezza costa su cui siamo piegava direttamente tra i boschi sottostanti fino a raggiungere il "pioppo", alle porte di Valfabbrica.
 

L'aspetto più piacevole del nuovo tracciato, che percorriamo fino all'altezza del cimitero di Pieve San Nicolò, sta nel fatto che esso ci permette di costeggiare molto da vicino, sul fianco destro, la zona boscosa delle "Murce", dalla quale viene un senso imponente di alta collina particolarmente ricca di flora e di fauna.

Lo snodo rappresentato dal cimitero di Pieve San Nicolò (a sinistra prima della scalinata che porta a quella breve e intensa area di terra consacrata) appare di notevole significato per il Sentiero in quanto è da questo livello che si abbandona la vista di Assisi e si vede distintamente Valfabbrica mentre, ancora distante, Gubbio, in condizioni climatiche adeguate, si annuncia, almeno nel suo profilo, sotto il monte Ingino. Il Sentiero fa un ampio giro intorno al cimitero di Pieve, poi digrada fra i campi fin verso l'imboccatura del fosso cosiddetto delle "lupe", un tratto completamente nascosto nel bosco ceduo, al cui ripristino ha presieduto la volontà di replicare il più arcaico, in termini novecenteschi, fra i tracciati in grado di evocare le memorie secolari dell'attraversamento di questo ambiente da parte di san Francesco.

Il bosco delle "Murce" e quello che copre il tratto di Sentiero da Pieve San Nicolò al "Pioppo" presentano una vegetazione collinare (cerro, roverella, Carpino nero e orniello) che spesso ritroveremo anche oltre Valfabbrica. Dal punto di vista faunistico, i boschi sono popolati, fra l'altro, da tordi, cuculi, scriccioli, pettirossi, usignoli, capinere, cinciallegre e fringuelli. Tuffetti e gallinelle d'acqua si trovano nelle zone umide. Tra i mammiferi, ricordiamo il riccio, la lepre, l'istrice, la volpe, la faina, la donnola e, naturalmente, il lupo.

Compiuta la discesa, un breve tratto pianeggiante nel mezzo di una riserva venatoria conduce a riprendere l'ultimo tratto della "strada Francescana", immediatamente prima del ponte della località il "Pioppo". Siamo quasi alle porte dell'abitato di Valfabbrica, al quale, proprio per evitare il traffico della statale, si consiglia di giungere da via Osteria e, quindi, dalla via Castellana. In questo avvicinamento al centro della cittadina che è un po' il cuore geografico del Sentiero ci sarà di guida la bella torre dell'antico Castello, non alta ma elegante costruzione che difende con orgoglio il perimetro del borgo medievale sopravvissuto a tante lotte e a tanti assalti. Dal centro di Valfabbrica (a destra della piazza parte la strada per Gualdo Tadino) proseguiamo verso la "via San Benedetto", in discesa verso il Chiascio. Poco prima di oltrepassare il fiume, deviando a destra per uno stretto passaggio sul confine del campo, dopo pochi passi - di fatto il suo profilo, fra gli alberi, si scorge anche dal punto della nostra deviazione - siamo alla chiesa di Santa Maria d Valfabbrica, l'edificio superstite dell'Abbazia benedettina celebre per la propria storia e per l'importanza avuta nei viaggi di Francesco verso Gubbio. L'interno della Chiesa, tuttora visitabile in forma molto limitata ed episodica, conserva buone testimonianze pittoriche di scuola umbra dei primi del '300.

 

per la cartina del "sentiero" tratto Gubbio-Valfabbrica-Assisi:  www.caigubbio.it 


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Da Valfabbrica a Gubbio

Dopo essere tornati indietro verso la "via San Benedetto", proseguiamo fino a superare il ponte. Raggiungiamo così la destra idrografica del Chiascio e, ancora sulla strada asfaltata, ci allontaniamo considerevolmente dalla sua sponda. Un'ulteriore deviazione a destra ci immette in un bel tratto di strada sterrata, lievemente rialzata rispetto ai campi, che compie un ampio giro in direzione della località detta la Barcaccia.
 

Quasi in prossimità del luogo in cui, su grosse barche, è stato da sempre preferibile oltrepassare il Chiascio, merita attenzione e una sosta la piccola chiesetta di campagna dedicata a San Benedetto e al Beato Paolino da Coccorano. Il semplicissimo tempio ha avuto cure solerti nel 1938 - quando fu restaurato - e nel 1993, in seguito al terremoto; esso è una conferma innegabile del ruolo avuto qui dai benedettini nel corso dei secoli e, insieme, della potenza della contea di Coccorano, i cui confini certo erano noti al giovane Francesco.
 

Da questo punto in poi siamo costretti ad abbandonare, a causa della diga sul Chiascio, il tracciato naturale di fondovalle seguito dal Santo, ma il Sentiero è comunque compatibile con le personali vicende biografiche di Francesco e storicamente verosimile se sale verso Coccorano e, transitando dal Castello di Biscina, raggiunge, dopo un'ascesa di media collina, il primo dei monumenti essenziali nella storia del movimento francescano: la Chiesa di Caprignone.


Questo il percorso. All'altezza della Barcaccia, immediatamente prima di immetterci sulla grande strada asfaltata costruita a ridosso della diga e essa stessa denominata "Francescana", giriamo a sinistra. Uno stretto passaggio sul limite dei campi costituisce il raccordo per raggiungere il bosco che cinge la collina centrale della vecchia contea di Coccorano. Lassù, usciti dal bosco, la vista dei ruderi del Castello e dell'abside della Pieve di Coccorano è uno spettacolo di pacata grazia campestre, amplificato - per contrasto - dalle feroci lotte per il possesso di queste terre che qui dovettero svolgersi.
 


La Chiesa si lascia oltrepassare con la dolcezza di una passeggiata fra prati fioriti o timidamente innovati. Con due successive deviazioni sulla destra, si sale di nuovo sulla più alta delle colline di questo luogo. Il nome stesso pare dire tutta la potenza del punto eminente: Col Gagliardo, luogo di potenza e di controllo, simile ad altri che da quassù è possibile raggiungere con lo sguardo. A destra, infatti, si scorge il Castello di Giomici, davanti a noi si profila la sagoma del Castello di Biscina.


All'altezza di Col Gagliardo, da dove si può ben osservare la strada percorsa per salire fin quassù e meditare sulla sorte ipertrofica toccata al Chiascio, ci inoltriamo, a sinistra, nel bosco che riesce in località Sambuco.

È a Sambuco che, per un tratto di circa due chilometri, si compie, in falsopiano, lo stesso percorso della carrozzabile "Francescana", lungo un tratto di strada il cui ambiente porta ancora i segni dello sconvolgimento messo in atto per realizzare l'invaso di Valfabbrica.
 

Saliamo finalmente, a sinistra, per la strada di Fratticciola, che non molto oltre lasciamo, deviando sulla destra, così da riprendere un tracciato in tutto aderente alle caratteristiche specifiche del nostro Sentiero. Per arrivare a Biscina, scendiamo costeggiando i campi fino all'imboccatura di una folta boscaglia. Giunti in fondo al vallone, risaliamo e ci immettiamo nella strada battuta che viene utilizzata per le attività agricole svolte nella proprietà di Biscina.

Subito dopo Biscina, il tracciato del Sentiero volge a destra. Esso è dapprima un tratto sterrato, all'aperto; entra nel bosco e raggiunto il fosso di fondovalle, risale ancora fra la vegetazione e arriva alla sua meta: la Chiesa di Caprignone.

Intorno alla Chiesa si compie, in piano, un belI'anello di circa 500 metri. Il tempio ispira reverenza e impone assoluta austerità. È sempre in precarie condizioni, ma qualcosa di più solido di esso quassù non si potrebbe immaginare. La sua precarietà inizia forse dal primo giorno della costruzione, ma niente ha potuto abbatterlo in quanto è uno dei primi segni che Francesco ha voluto lasciare del suo desiderio di trasformare una peregrinazione folle in una comunità certa e riconoscibile.
 

Per ridiscendere da Caprignone, il Sentiero gira a destra, costeggia i campi per circa un chilometro, s'immette nella macchia, raggiunge il fosso sottostante, l'attraversa, si snoda ancora per un altro mezzo chilometro di strada sterrata fino a congiungersi alla strada bianca che scende da San Pietro in Vigneto al corso del Chiascio, a monte del percorso fluviale, prima dello sbarramento della diga.

Da questo punto, se andiamo a destra arriviamo alla sponda del fiume, se andiamo in direzione opposta risaliamo - nella logica del Sentiero - verso San Pietro. Le due cose non sono contrastanti: si consiglia comunque di scendere, di riprendere il contatto col fiume che, dalla Barcaccia in poi, abbiamo dovuto abbandonare. L'impulso francescano verso l'acqua detta questa peripezia, reclama questo contatto con l'acqua corrente, invoca questa rara occasione di convogliare nel corso del fiume non stravolto dall'uomo un'infinità di pensieri vorticanti.

Fatto questo, con tranquillità si risale la balza che conduce a San Pietro, luogo d'accoglienza e di meditazione, che un frate eremita custodisce con esperta accortezza.

La strada che ci attende dopo San Pietro è dapprima un ombreggiato tratto di falsopiano fino alla chiesetta della Madonna delle Ripe, poi assume quella discreta pendenza che ci rimette in quota e dà corrispondenza di livello con l'Abbazia di Vallingegno, comparsa sulla collina alla nostra sinistra non molto dopo aver lasciato San Pietro.
 

Per raggiungere Vallingegno, altra memoria francescana di tutto rilievo, occorre deviare a sinistra, sulla strada che viene da San Pietro, in corrispondenza del nuovo tratto di falsopiano che sta per spalancare ai nostri occhi la vista della città di Gubbio. La deviazione per Vallingegno, che ripete la tipologia degli attraversamenti per Biscina, Caprignone e San Pietro, è sicuramente consigliabile e auspicabile, nell'interesse del completamento autentico del Sentiero all'interno della sua cornice, insieme ambientale e spirituale, di riferimento storico. Risaliti da Vallingegno sulla strada che sale da San Pietro, non saremo molto distanti dalla deviazione che, sulla destra, comincia a scendere, fra campi sempre più estesi, verso i primi insediamenti della città di Gubbio.
 

Giungiamo in località Pontedassi. Attraversata la statale grazie a un comodo sottopassaggio, costeggiamo la strada protetti da una rustica staccionata. Sono questi i luoghi nei quali, ancora distanti dalle porte della città e però sempre accanto alla via principale, molti pellegrini, già negli anni di san Francesco, si concentravano per avere ospitalità e cure fuori delle mura. E sempre qui, ben presto, sarebbero sorti due veri e propri ospedali: Santa Maria di Fonte Salice o Montebaroncello e Santa Maria Maddalena di Fassia, luoghi di dolore e di pietà, confini tra un'assistenza in qualche modo garantita e una protezione meno scontata verso chi in tutto è "minore".

I ruderi di Montebaroncello sono stati incorporati in una casa colonica, né miglior sorte ha avuto l'ospedale di Fassia. Di esso, però, si è conservata ed è visitabile la piccola Chiesa omonima.

Ormai alle porte della città, il Sentiero, che qui riprende la vecchia strada da Assisi a Gubbio, tocca un'altra minuscola Chiesa di campagna. La grazia campestre di questa costruzione, come quella di Fassia, ispirano una serenità dei luoghi contrastante con l'atmosfera che qui si respirava in pieno Medioevo: la ex Chiesa che abbiamo di fronte, infatti, apparteneva al complesso dell'Ospedale di San Lazzaro, lebbrosario di Gubbio fondato nella seconda metà del Xll secolo.

Poco più avanti incontriamo la Chiesa che Francesco dovette avere più cara in Gubbio, quella che gli permise di esercitare in città l'intenso magistero degli esordi del suo Ordine.
 

Le origini della chiesa di Santa Maria della Vittoria, detta la "Vittorina", si perdono nella leggenda: essa sarebbe stata fatta costruire in questo luogo, nell'VIII secolo dopo Cristo, a ricordo di un'importante vittoria riportata dagli eugubini su orde di saraceni arrivati fino al cuore dell'Umbria.

Documenti certi nominano la Chiesa a partire dalla prima metà del Xll secolo; di sicuro, poi, essa identifica il primo insediamento dei francescani a Gubbio, che se la videro assegnare, nel 1213, dal vescovo Villano, grazie anche alla disponibilità dei benedettini che ne erano proprietari.

La continuità del rapporto tra san Francesco, i Frati Minori e i Benedettini, di cui spesso si può trovare traccia lungo il percorso del Sentiero, tocca qui, alla "Vittorina", il momento culminante, la fase eminente, l'occasione più alta.
 

L'interno della "Vittorina" - in cui è conservata anche una piccola abside della primitiva Chiesa romanica - è ad una navata. Tele e affreschi cinque-seicenteschi variamente attribuibili ornano sia la volta che le pareti.

Passare dalla "Vittorina" alla chiesa di San Francesco equivarrà a percorrere l'ultimo tratto del Sentiero, ormai dentro le mura di Gubbio, e significherà anche rendersi conto, nel passaggio dalla modesta chiesetta al tempio monumentale, del rapido progresso che ha accompagnato le vicende dei Frati Minori in città.

"Colui che un tempo gli era amico", scrive il biografo, accolse Francesco nel suo fondaco e lo rivesti. Questo incontro avvenne dove ora è il tempio. Il fondaco rimase tale ancora per qualche anno, poi, dopo che i Minori ebbero vissuto la loro esperienza ancora un po' itinerante alla "Vittorina", sulle sue fondamenta, tra il 1230 e il 1240, si cominciò a erigere la splendida costruzione romanico-gotica in pietra riquadrata bianca.

La Chiesa ha due ingressi: il primo, formato da un sobrio portale, è collocato sulla facciata principale, orientata a nord-ovest; il secondo, posto sul lato sinistro, è costituito da un portale gemino romanico.

La facciata principale, incompiuta, è divisa da una modanatura orizzontale e presenta ai lati due pilastri.

L'interno, a tre navate, è di tipo basilicale; il suo impianto originario è ancora visibile al di là delle trasformazioni settecentesche.
 

Due splendidi chiostri, con pareti un tempo coperte da affreschi, danno all'intero complesso architettonico quella monumentalità ariosa, autenticamente francescana, che traduce il vissuto minoritico dall'esperienza della povertà alla sua conferma nella Regola.

In questa fase "senza regola" della vita di Francesco, il punto di passaggio tra l'esperienza della povertà e la tesaurizzazione di quell'esperienza a vantaggio del rinnovamento della Chiesa sta tutto nell'impegno che il Santo, da Gubbio in poi, ha riservato alla cura dei lebbrosi. Questo impegno edifica già un nuovo modo di essere chiesa ed è, in sequenza, assunto immediatamente dopo la conclusione del viaggio per Gubbio: "Poi, come amante dell'umiltà perfetta, il Santo si reca dai lebbrosi e vive con essi, per servirli in ogni necessità per amor di Dio. Lava loro i corpi in decomposizione e ne cura le piaghe purulente" (Tommaso da Celano, Vita prima).

Cos', l'esito finale di questo viaggio di Francesco coincide tanto con l'accoglienza ricevuta dall'amico quanto, forse ancora più, con l'accoglienza da lui data, nella loro casa, ai fratelli lebbrosi.

È qui - nota giustamente Padre Luigi Marioli - che "la 'minoritas' di san Francesco tocca l'apice più alto della conversione ('tacere poenitentiam') e del servizio ('tacere misericordiam')".

La conclusione del Sentiero, inscritta nel senso di libertà che danno i chiostri della chiesa di San Francesco, sta tutta nel perimetro che collega gli ultimi monumenti che abbiamo toccato. Dapprima l'antico lebbrosario, poi la Chiesa benedettina che Francesco deve avere amato come un nuovo "tugurio", infine il tempio che ambisce a mantenere nella Chiesa lo spirito comunitario delle origini del movimento francescano.
 

Entro questi punti di riferimento, tutto lo stesso Sentiero, almeno simbolicamente, potrebbe essere ripercorso: qui c'è il senso della marcia, la traccia del ricovero provvisorio, qui c'è l'indicazione, che Francesco non può non aver seguito, di adoperarsi, subito, per i fratelli molto ammalati, qui c'è l'accettazione del dover essere anche chiesa e tempio, qui c'è il ricordo, sebbene lontanissimo, di un'amicizia mai interrotta. Su quell'amicizia "ritrovata" sarebbero sorti valori nuovi, antitetici a quelli, borghesi e commerciali, di partenza. Uno dei due amici avrebbe addirittura ceduto un fondaco avviatissimo, consentendo che sulle sue fondamenta si costruisse una Chiesa. L'altro avrebbe continuato a lungo a peregrinare, ad andare e tornare dalla sua città, a incontrare i poveri e a visitare chiese monumentali, a parlare con i potenti della terra e ad ascoltare il filo di voce di chi, per gli stenti, non aveva più fiato. Lui, proprio per questo chiamato "Santo", non avrebbe mai dimenticato l'accoglienza avuta, in uno dei più freddi inverni della sua giovinezza, qui a Gubbio e sarebbe tornato in questa città ritrovando ogni volta immutate condizioni di fedele attesa dei suoi passi.

Perciò, come ad Assisi, fuori della Porta San Giacomo, avevamo trovato le tracce di tutta l'esistenza di Francesco, così qui, a Gubbio, lo stesso uomo ha lasciato la traccia più completa di sì, la febbre del viaggio e il tepore della preghiera.
 

per la cartina del "sentiero" tratto Gubbio-Valfabbrica-Assisi:  www.caigubbio.it 


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